Un altro anno da re
Avere in comune qualcosa con il generale, onorevole, Roberto Vannacci è qualcosa che non mi entusiasma. Resta il fatto, però, incontrovertibile che non sono stati pochi gli italiani i quali - proprio come ha rivendicato con orgoglio l’autore del fondamentale “Il mondo al contrario” - lo scorso 31 dicembre hanno deciso, insieme a me, di non far parte di quei 10 milioni e 984 mila 577 che hanno ascoltato il tradizionale discorso di fine anno del Presidente della Repubblica. Un bel numero, senza dubbio, persino superiore di 250.000 telespettatori rispetto a quelli presenti davanti al video nel 2024. Un discorso che i media riferiscono molto apprezzato, avendo riscosso un plauso generalizzato e assolutamente trasversale. Motivo per cui, ieri sera, mi sono rassegnato ad ascoltarlo in differita, rilevando a mia volta come le ragioni di questo successo siano sicuramente più d’una. La principale delle quali, tuttavia, risiede nella studiata e affatto casuale banalità dell’ovvio presente nei concetti – per quanto apprezzabili - espressi da Sergio Mattarella. Democristiano di lungo corso, probabilmente il migliore tra quelli ancora viventi appartenuti a una forza politica estinta per via giudiziaria, giacché nelle urne non avrebbe mai perso, il nostro attuale presidente si è dimostrato capace anche in questa occasione di trasmettere un messaggio che fosse al tempo stesso nazionale per il suo popolo e popolare per la sua nazione. Quest’ultimo espediente – citando a braccio e non secondo l’ordine cronologico di trattazione adottato dal presidente – formulato mediante una sorta di amarcord emotivo a beneficio dei tanti anziani che si presume fossero in maggioranza, tra quanti lo ascoltavano. Una sorta di “Album”, come lo ha definito lo stesso Capo dello Stato, col quale ripercorrere gli ultimi 80 anni dell’Italia divenuta repubblicana, a seguito del primo referendum a suffragio universale del ’46. Una genialata comunicativa, sottolineata a fine discorso dalla chiosa sempre verde (quasi fosse una citazione di Francesco De Gregori), secondo cui la Repubblica «siamo noi». Un refrain dagli accenti inevitabilmente retorici, tra i quali non è mancato il richiamo al bel Parlamento che fu, o meglio alla Costituente che seppure divisa dalle appartenenze politiche «fu in grado di trovare una sintesi di alto valore morale». Mai sentita. Per non parlare del collante italico massimo per eccellenza in grado, come nient’altro, di cementare il nostro amor patrio. Lo sport azzurro, i cui risultati positivi «regalano momenti di gioia e di appartenenza». Roba seria. È però nel messaggio nazionale trasmesso al popolo che il presidente Mattarella ha lanciato, giustamente, i messaggi più forti. Le riflessioni politiche più audaci. Accusando tutti, senza però indicare nessuno, infatti, il nostro presidente ha esordito all’attacco, impartendo agli italiani una lezione altamente ecumenica. Anche nel nostro Paese – questa la rivelazione di Sergio Mattarella – sono in atto campagne d’odio. Dopo il titolo, lo svolgimento: «Se ogni circostanza diventa pretesto per scontri e accuse reciproche – ha sostenuto il presidente – non si esprime una politica di pace». La pace, quindi. Che lo porta diretto a indicare agli italiani la soluzione conclusiva. «È un modo di pensare (la pace ndr) che consiste nel saper vivere insieme agli altri rispettandoli, senza pretendere di imporre loro la propria volontà, i propri interessi, il proprio dominio». Putin avvisato, mezzo salvato? Forse, lo si potrebbe azzardare. Più criptico, invece, il rimando ai bambini di Gaza che (come gli ucraini) stanno morendo di freddo. Per colpa di chi? Mattarella non si pronuncia, hai visto mai che qualche piazza si offenda. Mutismo reiterato anche su Magistratura, immigrazione e sicurezza. Temi, evidentemente, ritenuti secondo il nostro presidente non di primaria importanza per gli italiani. Non per quelli seduti a tavola in quel momento, almeno. Per poi togliersi invece – sia pure frettolosamente – il dente del saluto grato alle Forze Armate, che portano addirittura pace nelle missioni di pace e quello alle Forze dell’ordine. Delle quali, forse per ragioni di orario, il presidente di quella stessa Repubblica democratica che i poliziotti difendono ogni giorno, insultati e aggrediti dagli squadristi della pace e dell’antifascismo, ha omesso di sottolinearne il legittimo malcontento e la seria preoccupazione. Non poteva a questo punto mancare – oltre alla richiamata importanza del servizio pubblico dell’informazione affidato alla Rai, garante di quel pluralismo meglio noto col nome di “Lottizzazione” – il forte, quanto sempre originalissimo, richiamo alla cultura. Definendola «fondamentale alla crescita dell’identità nazionale», infatti, il Capo dello Stato ha elencato a una platea televisiva come minimo estasiata, i filoni sul cui contributo contenutistico essa appunto si fonda, ossia: l’arte, la letteratura, il cinema e la musica. Citazione anche per la tragedia degli “anni di piombo”, scollegati però (in via forse cautelare) con riguardo al clima sociopolitico che si respirava all’epoca, da qualsiasi riferimento a quello assai simile inalato oggi negli ambienti cosiddetti antagonisti. Infine, una volta formulato il sempre utile saluto ai giovani, paragonati addirittura a quelli del ’46, ma senza l’app con la quale decidere il proprio futuro, il presidente si è avviato a conclusione. Probabilmente nella generosa volontà – anche - di non procrastinare ulteriormente il sacro cenone degli italiani, infatti, con l’omaggio dovuto (questa volta senza ironia) ai «simboli della legalità» Falcone e Borsellino, Mattarella ha terminato il suo undicesimo discorso presidenziale consecutivo. E qui sta il punto. Un punto tutto italiano che, per la seconda volta consecutiva, vede la principale carica dello Stato repubblicano insediata da un lasso di tempo più vicino a quello di una monarchia. È pur vero che tanto per Sergio Mattarella, quanto per il suo predecessore Giorgio Napolitano, la responsabilità di questo vulnus democratico – quand’anche costituzionalmente legittimo – è di un Parlamento imbelle e improvvisato, incapace di eleggere un presidente (anche se sarebbe finalmente l’ora di una presidentessa) della Repubblica, tra i tanti padri (e madri) nobili presenti nel Paese. Figuriamoci una figura di cinquantenne, che risulterebbe obiettivamente più in linea coi tempi e capace di un lessico meno ingessato. Ma è altrettanto vero che il primo segnale in tal senso dovrebbe darlo proprio il Presidente. In quanto indice di un malessere personale impossibile da ignorare, dovuto alla consapevolezza che tale deficienza bicamerale – ossia la causa dolosa della propria innaturale permanenza al Quirinale - dequalifica oltremodo la Nazione di cui il presidente è appunto il legale rappresentante. Un segnale forte, espresso sotto foma di un perentorio ultimatum ai partiti. La definitiva e inappellabile ammenda pronunciata a fine 2025. La prioritaria e indilazionabile pratica da risolvere nel 2026. Il senso del già fin troppo lungo settennato presidenziale non è infatti casuale, ma serve a garantire la continuità istituzionale durante l’avvicendamento delle legislature dopo le elezioni quinquennali. Punto. Ma anche questo, agli italiani, Mattarella si è dimenticato di spiegarlo.

Commenti
Penso solo con terrore e raccapriccio a quando il Parlamento dovrà eleggere il prossimo Presidente della Repubblica. Bisognerà evocare Diogene con la lanterna.
A meno ché non sia data la possibilità a Draghi di candidarsi (anche se spero che, nel frattempo, sia diventato capo della Commissione Europea).
Tuttavia, bisogna essere onesti:
1. L'usato sicuro: In un clima politico spesso caotico, Mattarella resta l’unico perno capace di mettere d'accordo tutti (o quasi). Come si dice in questi casi, "chi lascia la strada vecchia per la nuova, sa quel che perde ma non sa quel che trova".
2. Il vulnus della longevità: L'analisi solleva un punto critico fondamentale. Undici anni al Colle sono tanti, troppi. Sembrano più una reggenza monarchica che una presidenza repubblicana, frutto di un Parlamento che non riesce a decidere.
Cosa ci aspetta dopo?
Maurizio, auspica una figura più giovane, magari una donna. Io, però, resto scettico. Credo che per il "dopo-Mattarella" non vedremo una svolta rosa, ma si punterà ancora una volta su un profilo molto conosciuto, una figura di garanzia che possa navigare nelle acque agitate della politica italiana senza troppi scossoni.
Insomma, tra citazioni di De Gregori e omissioni strategiche, il discorso di Mattarella ci ricorda che l'Italia è quel Paese dove tutto cambia perché nulla cambi davvero!
Mi piacerebbe solo che nelle scelte future di chi ci rappresenterà (sigh!!!), non ci fosse la volontà di proporci, alla "rappresentanza" del Paese Italia, dei Veltroni qualsiasi o ancor peggio dei Casini, come non ce ne fossero già troppi ad accompagnate la nostra vita.
Sorvolo sul "bipartisan" perché quelle posiizone esiste solo sulla voglia di incollare il posteriore allo scranno parlamentare e non sulla volontà di lavorare (ancora sigh!!) per il bene del Popolo.
Quello che volete, però non ditemi che sono pessimista.......