Askatafascio

Si potrebbe parlare fino a domani delle prodezze di cui si vantano i frequentatori dei centri sociali, citando a braccio – nel caso dell’appena sgomberato Askatasuna di Torino (foto) – gli scontri causati lo scorso novembre con il pretesto di impedire l’incontro di basket bolognese, cui partecipava la squadra di Tel Aviv. O quelli ottobrini di Roma, strumentalizzando il corteo pro Palestina per aggredire le Forze dell’Ordine e mettere a ferro e fuoco la capitale. E poi le varie devastazioni No Tav, quelle di Piacenza, Napoli, Milano e Venezia. Come pure all’estero dove, soprattutto in Francia e Spagna, sono stati più volte identificati diversi disobbedienti che si ispirano (non soltanto nel nome) ai separatisti baschi che furono. Un vero e proprio “Sistema Askatasuna” – così come lo hanno definito gli investigatori della Digos – che rimanda al civilissimo antagonismo dei suoi militanti, all’origine dei blocchi di stazioni ferroviarie, autostrade e aeroporti, coi quali hanno ottenuto il solo disagio dei normali cittadini che andavano a lavorare. O le sassaiole pacifiste contro le aziende che producono armi, oppure l’avanguardistico assalto ai padiglioni che ospitavano l’eccellenza nazionale in campo tecnologico, o ancora – ultima solo in ordine di tempo – la manifestazione indetta a tutela della libertà di stampa che ha visto devastata la redazione centrale del principale quotidiano piemontese. Il tutto per un danno complessivo stimato in oltre 130.000 euro, che però non risarcirà mai nessuno. Si potrebbero, inoltre, elencare le reazioni della politica al blitz della Polizia che ieri mattina ha finalmente chiuso i battenti di una occupazione illegale durata tre decenni, ma più scontate della trama di una telenovela perenne. Vergogna per la chiusura di un centro culturale definito «bene comune» è infatti il lamento proveniente da sinistra, contrapposto al «segnale forte inferto dallo Stato», espresso invece con soddisfazione dalla destra. In mezzo, sulla base del principio che un capro espiatorio in questi casi serve a entrambe le parti, il sindaco dem di Torino Stefano Lo Russo. Accusato da destra di aver dialogato finora con gli estremisti, mentre da sinistra di aver rotto il patto inteso a ridare vita allo stabile, ma in un «quadro di legalità e non violenza». Una precisazione, quest’ultima, quantomeno bizzarra, dal momento che suona come un’ammissione implicita dell’attuale mancanza di tali requisiti – legalità e non violenza – fino a ieri evidentemente non ritenuti dall’amministrazione della Mole, condizioni preliminari e inderogabili all’urbana convivenza. Tuttavia, tra i tanti argomenti per i quali maltrattare il primo cittadino del capoluogo sabaudo, ce ne sarebbe forse un terzo persino più banale. Ma andiamo con ordine. Cominciando innanzitutto col dire che, per una volta, sarebbe il caso di abbandonare la consueta narrazione figlia del pathos vittimista da un lato e dell’enfasi retorica dall’altro, in favore di un più sobrio sguardo alla mera e vituperata burocrazia. Verificando i verbali compilati da Asl e Vigili del fuoco nel gennaio del 2024, infatti, ci si accorgerebbe che prima ancora di accapigliarsi sulle opposte motivazioni di carattere politico riferite all’opportunità, o meno, di chiudere un centro sociale con le caratteristiche come sopra descritte, il problema vero, primario e forse principale era di tutt’altra natura. Ci si accorgerebbe subito, infatti, come da quei documenti emergano elementi oggettivamente non secondari, quali: «l’abbattimento di muri portanti, operato dagli occupanti, allo scopo di allargare lo spazio per il pubblico in occasione di concerti e dibattiti; lo stato delle finestre pericolosamente oscillanti e mal sistemate con rischio di caduta in strada sui passanti, la mancanza totale di estintori all’interno e, tantomeno, di uscite di sicurezza». Un vero e proprio ordigno a cielo aperto, quindi, che se proprietà di qualsiasi cittadino, imprenditore, o privato ne avrebbe comportato – giustamente – la chiusura immediata, con conseguenti ingenti ammende e sicura condanna penale. Nulla, invece, a carico di almeno due generazioni di occupanti illegali i quali - non per un giorno, ma come si diceva in apertura, per trent’anni - sono stati tollerati da sedici (!) Governi consecutivi. Non era già sufficiente tutto questo, per evitare ciò di cui oggi le cronache abbondano? No, non bastava. Perché il motivo che ha indotto Lo Russo a rescindere il “patto” che in realtà era stato assurdo solo pensare di poter pattuire è ancora più surreale. A comportare la risoluzione dell’accordo, infatti, non è stata né la violenza conclamata degli occupanti, né la pericolosissima precarietà dello stabile, bensì il fatto che al piano superiore – dichiarato espressamente inagibile - stessero dormendo sei persone. Loro sei quindi, non la mancanza dei muri portanti, almeno secondo il sindaco del PD, avrebbero potuto causare una tragedia immane. E questo in una città dove proprio il predecessore di Lo Russo, la pentastellata Chiara Appendino, è stata condannata penalmente perché ritenuta responsabile delle mancate vie di fuga in piazza Castello, in occasione di una partita di calcio trasmessa anni fa sui maxi schermi e finita in tragedia, per il panico che ha scatenato la calca incontrollata della folla. Sempre questo in un Paese dove il sindaco pro tempore di Genova, la democratica Marta Vincenzi, ha scontato tre anni di affido ai servizi sociali per i morti causati da un’alluvione. Un fenomeno che nel capoluogo ligure è purtroppo più frequente dei derby tra il Genoa e la Sampdoria. Ora, in quest’Italia a dir poco schizofrenica dove c’è sempre qualcuno che deve pagare, soprattutto se le colpe sono attribuibili al caso, pur di far rivivere a un centinaio di violenti e di giovani disadattati le passate gesta degli “indiani metropolitani”, si è invece preferito accettare il rischio potenziale del crollo di un’intera ex scuola in pieno centro. Da Askatasuna a scatafascio. Il titolo pronto e fortunatamente mai letto di una strage che i torinesi, ma soltanto per caso, sembrerebbero forse aver definitivamente scampato.

Commenti

Rosario Failla ha detto…
Grande articolo di Maurizio, come sempre sul pezzo! Intanto i soliti “bravi ragazzi” appena sfrattati staranno già facendo sopralluoghi per trovare il prossimo stabile da occupare per i prossimi trent’anni… magari con vista sul mare, stavolta!
Enrico.b ha detto…
Nulla ho da commentare sulle dinamiche mentali di chi gestisce e propaganda atti di violenza e falsa contestazione perché Maurizio è stato, come sempre, più che esaustivo.
Mi soffermerei, ma solo come citazione, sulle problematiche igienico sanitarie e di sicurezza sollevate dall'esistenza di un edificio squallido, inabitabile, inagibile, strutturalmente inadeguato, ecc.
Se durante la mia attività avessi aspettato un solo giorno in più, rispetto all'accertamento del reato, per inoltrare la egnalazione all'A.G., sarei stato denunciato per omissione di atti d'ufficio.
Mi chiedo se in trent'anni, di tutti gli uffic ispettivi esistenti, non ce ne sia stato UNO a segnalare tali difformità e se si, non ci sia stato UN magistrato/giudice capace di chiudere e far sgomberare quell'edificio per ovvi motivi inerenti l'igiene e la sicurezza degli occupanti, dei passanti e dei cittadini in generale.
Lo so che non ci sarà mai risposta a tale quesito, ma per etica mi sono posto il problema.

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