L’italiota dell’anno
Si sa. Fin da giovanissimo Luigi Di Maio (foto), ci ha abituati alle imprese impossibili. Tipo quella di riuscire a sbagliare imperterrito tutti i congiuntivi che gli capitano a tiro, in qualsiasi occasione pubblica si esprima. E sono state tante, nonostante una madre insegnante di italiano e latino e, soprattutto, una maturità classica conseguita regolarmente. Memorabile, a puro titolo di esempio (e tra gli infiniti altri), quel: «Qualora Renzi staccava la fiducia al governo» rilasciato in un’intervista ai tempi del crepuscolo del Conte bis. Per poi riuscire nell’altra prova ai confini della realtà, di diventare ministro del lavoro e dello sviluppo economico sulla base di un curriculum personale che (visionabile su Wikipedia: c’è pure quella) vantava, oltre alla citata carriera scolastica, gli innumerevoli incarichi svolti fino a quel momento. Tra i quali il cronista sportivo che ha scritto “diversi articoli”, il tecnico informatico e l'agente di commercio (senza però specificare quando, dove, come e per chi), il cameriere, lo steward (non il bibitaro come perfidamente lo appellano i maligni) allo stadio napoletano e il manovale per l’azienda di famiglia. Un background tale da rendere impossibile, per un fuoriclasse come “Giggino” non accedere al Parlamento nel 2013. Ma non basta: forte di ben un centinaio di voti ottenuti alle primarie online ideate dal genio inventore del movimento pentastellato, Gianroberto Casaleggio, Luigino Di Maio diventa anche il più giovane vicepresidente della Camera nella storia repubblicana. Per poi bissare alle successive consultazioni un secondo mandato, che nel regime democratico dell’allora dittatore democratico Beppe Grillo era vietato a tutti, meno che a qualche. Un momento irripetibile in cui Di Maio ha dimostrato profonda competenza in Diritto Pubblico. Già titolare in pectore del Lavoro, si era infatti subito distinto, chiedendo la messa in stato d’accusa del Presidente della Repubblica. In quanto, pur essendo specifica attribuzione costituzionale di quest’ultimo quella di nominare i ministri, non ne aveva approvato uno che invece piaceva a Lega e 5 stelle. Quando a capo del suo primo ministero, inoltre, gli si deve soprattutto la riforma passata alla storia come “L’abolizione della povertà per Legge”, grazie a un “Reddito di cittadinanza” costato al contribuente italiano 34,5 miliardi di euro - praticamente a fondo perduto - dei quali oltre mezzo milione finito nelle mani di almeno 62.000 “beneficiari” indagati per truffa. Per poi diventare, sulla base di queste importanti competenze, nientepopodimeno che ministro degli esteri, in grado anche qui di distinguersi durante parecchie importanti occasioni. È stato infatti all’esordio in questo prestigiosissimo incarico, peraltro già ricoperto in passato da più di un futuro Capo dello Stato, oltre che da personaggi come Alcide De Gasperi e Aldo Moro, che il ministro della Repubblica Luigi Di Maio ha stupito il mondo delle feluche, spiegando loro che l’Italia è un Paese «Alleato degli Stati Uniti, ma interlocutore dell'Occidente con tanti Paesi del Mediterraneo come la Russia». Come pure va sottolineata, sempre a proposito dell’allora odiato Matteo Renzi, la descrizione che vede il rottamatore comportarsi «Come Pinochet in Venezuela». E ancora, ma rimanendo quella volta all’interno dei confini italiani, impossibile omettere di quando chiese conto al presidente della regione Puglia, Michele Emiliano, cosa stesse facendo la sua amministrazione a proposito di «Matera». Un’occasione – gli va riconosciuto – nella quale seppe dimostrare come nessuno prima (e per fortuna neppure dopo) le sue non comuni doti diplomatiche. Facendo subito presente alla stampa troppo pignola e sempre in malafede, infatti, di essere il «Ministro degli esteri e non degli interni». Tutti requisiti che, caduto in disgrazia al Movimento con a capo Antonio Conte e fiutato il clima di fine festa, dopo il tentativo di creare un proprio partito – Impegno civico – che alle elezioni indette nel 2022 ha ottenuto meno di zero virgola, hanno fatto del politico campano il candidato ideale per l’incarico di Rappresentante speciale dell'Unione europea per il Golfo Persico. Una nomina ponderata, neppure a dirlo, che prima dell’investitura ufficiale avvenuta nel giungo 2023 (e confermata lo scorso gennaio per il prossimo biennio), ha visto Di Maio competere in un girone di ferro da far impallidire la nazionale di calcio allenata dal mister Ringhio Gattuso. Sponsorizzato da un mentore quale l’ex premier – ma soprattutto ex signore di Bce – Mario Draghi, in quell’occasione il candidato italiano aveva dovuto affrontare la concorrenza di giganti della diplomazia come il cipriota Markos Kyprianou, lo slovacco Jan Kubis e, nientemeno, Dimitris Avramopoulos: l’ex commissario europeo all’immigrazione sostenuto dalla Grecia. Paese, come è noto soprattutto ai greci, da sempre in cima ai pensieri dell’ex numero uno della banca che sta a Francoforte. Per quindi giungere all’oggi, che vede il nostro Luigi Di Maio pronto per spiccare l’ennesimo meritatissimo balzo verso un incarico da fare tremare le vene dei polsi. Non a lui, però. Solido e forte com'é del suo costante e collaudato saper essere ignaro di tutto ciò che il suo ruolo, di volta in volta, comporta. Coordinatore speciale delle Nazioni Unite per il processo di pace nel Medioriente. Questo – micacazzi – il ruolo attraverso il quale il signor Luigi Di Maio, comprensibilmente nominato da nessuno eppure incredibilmente appoggiato da tutti, diverrà il nuovo vanto dell’Italia nel mondo. Se dovrebbe essere nominato, infatti, il nostro diplomatico per caso diventerebbe automaticamente anche vicesegretario (!) dell’Onu, per una prebenda annuale di oltre mezzo milione di Euro. Insomma: La situazione è grave, ma non seria, avrebbe detto Ennio Flaiano. Si vedrà. Nel nostro piccolo, intanto, speriamo che ce la caviamo pure noi.

Commenti
L'articolo è un mix potentissimo di satira e fatti reali che ti fanno esclamare: "MA È SUCCESSO DAVVERO?!". Dalla maturità classica che non ha sconfitto il congiuntivo (il momento "Qualora Renzi staccava la fiducia" è pura poesia) al curriculum che passa dal cameriere al Ministro degli Esteri.
La descrizione di Di Maio come il candidato "solido e forte del suo costante e collaudato saper essere ignaro di tutto ciò che il suo ruolo... comporta" mi ha fatto svoltare la giornata.
Mica per te, ma per la felicità di leggere che il nostro eroe Giggino si è visto finalmente riconosciuto il merito e sarà nominato Coordinatore Speciale delle Nazioni Unite per il processo di pace in Medio Oriente.
Strano che Trump non lo abbia chiamato come consulente sulle trattative di pace tra Russia e Ucraina. Secondo me glielo ha chiesto, ma Giggino, consapevole dell'onere che lo attende all'ONU, ha gentilmente declinato.
Questa notizia mi allieta la serata e mi accompagnerà in un sonno sereno e fiducioso dell'avvenire.
Di sicuro mi sono divertita. Grazie.
Quella del Nostro la definirei una raccomandazione poco raccomandabile.
Non tanto per Lui che si arricchisce, quanto per chi ne subisce le conseguenze, cioè Noi contribuenti che dobbiamo e dovremo sovrapagare un "soggetto politicante", così lo definirei, per i suoi incarichi, certamente non di merito, per i quali è stato piazzato lì senza alcun significato LOGICO.
Ed ecco un altro concetto, la logica, che ormai è evaporato dal mondo politico ricordando appunto De Gasperi, Moro, ma anche Pertini, Nenni ed altri, persino quelli della Destra Sociale di una volta, che della logica politica fecero un mattone principale del loro percorso.
Ora invece ci teniamo un soggetto come Gigino che, come altri, rappresenta l'Italia all'estero, costringendoci a fare per l'ennesima volta una clamorosa figura di....
Non ci resta che piangere ?