Stellette cadenti

Sembrava essere convinzione diffusa, almeno fino a qualche settimana fa, che la filosofia – secondo la definizione più corrente - fosse l’indagine sistematica, razionale e critica delle questioni fondamentali riguardanti l’esistenza, la conoscenza, i valori, la ragione, la mente e il linguaggio. E si pensava, sempre (e forse) ingenuamente, che l'accesso a tale disciplina valesse indipendentemente dalla professione svolta, per l’intera umanità. Di sicuro per quella di nazionalità italiana. Non fosse altro, proprio a voler essere pignoli, in ossequio a quel principio costituzionale, ricordato solo quando conviene, che fissa l’uguaglianza dei diritti per tutti i cittadini e bla, bla, bla. Lo sapeva di sicuro Luigi Russo, fondatore tra il resto della rivista “Belfagor” e cattedratico universitario durante la prima metà del secolo scorso. Uno studioso dalla specchiata onestà intellettuale che però, anziché farne un esempio, in attesa di rimuoverlo definitivamente la cultura nazionale si è limitata a tollerare. Catalogandolo però come “polemico”. Una definizione presa tuttavia da Russo come un’onorificenza, in quanto mai comunista seppure di fede gramsciana. Un personaggio sicuramente eclettico e didatticamente assai scomodo, come dimostra la sua antologia dei Classici Italiani, pensata - negli anni ’50! - per le scuole superiori. Un periodo talmente buio in materia di diritti civili, nel quale persino il lessico quotidiano vedeva banditi molti termini oggi di uso comune. Quelli afferenti temi dei quali non si poteva neppure accennare. In quei libri di testo, invece, il professore siciliano spiegava ai giovani italiani dell’epoca, sia pure per il tramite dei docenti medi di cui non è difficile intuire l’imbarazzo, il perché per esempio del nome Cielo d’Alcamo, il poeta del ‘200 appartenente alla cosiddetta Scuola siciliana, fondata da Federico II di Svevia. Non una contrazione di Cheli, ossia il diminutivo siculo del nome proprio Michele, bensì la trasformazione bacchettona del soprannome Ciullo, o più esplicitamente Ciulo, comminato al trovatore dai contemporanei sulla base delle sue probabili inclinazioni sessuali, riportate dalle cronache antiche. Volontario durante la quarta guerra del Risorgimento – come veniva definita da molti intellettuali militanti la prima guerra mondiale – Luigi Russo aveva combattuto al fronte per due anni come tenente di fanteria, avendo per commilitoni due fratelli. Mutilato di un braccio il primo e morto sul campo il secondo. Quanto basta per trasferirlo come insegnante presso la scuola ufficiali di Caserta, dove riceve un ordine dal generale di brigata che la comandava. Un ordine oggi così lungimirante, dall’apparire allora una follia. Confezionare (entro 48 ore!) un corso di filosofia che, a completamento dell’educazione strettamente militare, riuscisse ad allargare nelle giovanissime reclute una maggiore consapevolezza umana e nazionale. Era il 1917. Quella dispensa improvvisata divenne un libro “Vita e disciplina militare” che il futuro ordinario e poi rettore della scuola “Normale” di Pisa ricorderà sempre con grande affetto (e modestia), come un lavoro giovanile degno di essere considerato soltanto perché «Di una tradizione militare, e sia pure trasfigurata idealmente e politicamente, tutti i popoli avranno bisogno». Spiace doverlo ricordare al rettore che oggi è a capo dell’Università considerata la più antica del mondo, secondo cui gli allievi Ufficiali delle Forze Armate non sono evidentemente degni di accedere a corsi mirati, intesi a sviluppare in loro capacità di indagine sistematica, razionale e critica delle questioni fondamentali riguardanti l’esistenza, la conoscenza, i valori, la ragione, la mente e il linguaggio. Seguito in queste ore, probabilmente, da altre università, l’ateneo bolognese ha infatti rifiutato un analogo corso richiesto dall’Accademia militare di Modena, con motivazioni risibili e immeritevoli persino di essere riportate. Tipiche invece di un Paese che da sempre ama denigrare chi lo difende in divisa, ai sensi di un dettato costituzionale ricordato solo quando conviene, che ripudia la guerra e bla, bla, bla. Salvo poi pretendere dal ministro della Difesa la scorta (a spese dei contribuenti) delle fregate militari della Marina, in favore di una flottiglia stracciona e finanziata da Hamas, guidata per giunta da parlamentari pagliacci, salpati in gita per giocare alla guerra, che al massimo andavano protetti dalla crema solare. I vertici militari hanno espresso amarezza. In attesa, forse, che prendesse la parola il Presidente della Repubblica il quale, sempre come da Costituzione Italiana ricordata solo quando conviene, è anche il Capo Supremo delle Forze Armate e bla, bla, bla.  Ancora silente, invece, in un mutismo che se per un Capo di Stato può esprimere a volte saggezza e misura, è l’ultima cosa che un soldato si aspetta da chi è comandato. Speriamo ci pensi l’addetto militare presente al Quirinale, a spiegare con garbo al presidente Mattarella che «Un vero comandante sa sempre cosa dire. Anche quando non lo sa».


Commenti

Anonimo ha detto…
So che la vita sulla Terra è sempre stata difficile, anche molto più di quanto non sia ora.
Miseria, lotta quotidiana per il cibo, ingiustizie, sopraffazioni, guerre. Però la mia generazione è stata viziata da 80 anni di crescita nella pace, nel benessere, nell'evoluzione sociale e del pensiero, nella libertà. Pensavamo che 10mila di storia ci avessero portati a raggiungere il livello di civiltà più alto mai toccato prima e che non sarebbe più stato possibile regredire, ma solo avanzare verso il luminoso orizzonte del progresso umano.
Poi succede che Putin rivendica il diritto a ristabilire il dominio russo sulle nazioni. Gli Arabi, i Persiani e i Turchi riprendono la "Guerra Santa", attaccano Israele e invadono l'Occidente. La Cina ha quel risveglio contro cui ci aveva messo i guardia Napoleone. I BRICS si coalizzano contro di noi.
E noi come rispondiamo? Con l'università di Bologna che rifiuta a un gruppo di militari di accedere ai corsi di filosofia.
Non vado oltre perché non ho più parole.
Nadia Mai

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