Gli ultimi
Era
il novembre del 2025 quando la segretaria del Partito Democratico Elly Schlein
(foto), incurante delle leggi dell’aritmetica che vedevano il
centrodestra vincente in 13 regioni contro sei, si era dichiarata «Pronta a
governare». Facendo si, con questa affermazione, che la premier Giorgia Meloni
si girasse dall’altra parte del metaforico letto politico, sicura di poter continuare
a dormire sonni tranquilli per almeno i prossimi dieci anni. Un termine che
potrebbe persino aumentare, quanto meno a giudicare dalle continue, reiterate, assurde
spaccature interne, che affliggono il Partito Democratico ogni volta che ci sia
da operare una scelta, per così dire, unitaria. Non solo quelle che interessano
i rapporti di forza in seno al cosiddetto campo largo (politicamente un camposanto),
ma sempre più spesso quelli interni. In un crescendo di antagonismi correntizi ai
limiti del grottesco, non più riferibili soltanto a temi dove il dibattito
interno potrebbe essere utile, oltre che legittimo, tipo la posizione
referendaria sulla riforma della Magistratura. Le divergenze che stanno
dilaniando il Pd, infatti, hanno in questi giorni raggiunto il loro apice su un
argomento che dovrebbe invece risultare scolpito nel Dna di una forza politica
che si definisce erede dei valori democratici. Soprattutto quelli affermati con
la caduta del nazifascismo, colpevole di un orrore che non può e non deve
essere dimenticato: l’antisemitismo. Per mesi, infatti, gli esponenti Pd si
sono barcamenati pontificando sulla differenza tra l’essere loro, i buoni, contro
il sionismo del governo criminale di Israele mentre gli altri, tutti gli altri,
gli antisemiti cattivi. Strizzando così l’occhio al mondo pro pal
sponsorizzato dagli alleati Verdi e Sinistri, per poi perdersi, comprensibilmente,
tra una bocciatura ideologica e l’altra. Per comprendere, però, è indispensabile
andare con ordine. Il tutto è cominciato un paio di mesi fa, quando i vertici nazionali
piddini hanno appunto bocciato il disegno di legge sull’antisemitismo, presentato
dal senatore ed ex ministro del governo Renzi, Giancarlo Del Rio. Scatenando così
l’ennesimo psicodramma lessicale, ormai tipico di quell’ambiente composto da
santi (l’ala riformista), poeti (la direzione politica), navigatori (i flottilleri)
e intellettuali (tutti). Quella parola – antisemitismo - fino a
qualche tempo fa indiscutibile, si è infatti trasformata in un qualcosa di negativamente
esclusivista. Quasi una sorta di privilegio destinato ai soli ebrei sparsi per
il mondo, che per i sociolinguisti del Pd (aiutati da 5stelle e Avs), potrebbe
impedire di essere anche anti … qualcos’altro. Motivo per cui nell’intento
di superare l’impasse dovuta a questa prima bocciatura, Francesco Boccia – non sembri
una battuta – il capo gruppo del Pd al Senato, aveva demandato al collega Andrea
Giorgis la redazione di un nuovo testo, da sottoporre all'assemblea dei senatori Pd giovedì scorso. Un testo dai connotati per così dire “cerchiobottisti”, che individua
nell’antisemitismo un generico atto, o espressione di «Odio e di
discriminazione razziale, etnica, nazionale o religiosa». Subito bocciato da
Del Rio il quale, seguito da altri quattro senatori dell’ala riformista del
partito – non ha firmato il documento. Una risposta forte, che evidenzia un
malessere sempre più generalizzato all’interno di una compagine dalla
leadership incerta e perdente, se non addirittura naive, o inesistente, della
quale gli elementi di spessore come Del Rio – che oltretutto hanno già governato
– sono ormai consapevoli. E stufi. Amareggiati e fortemente preoccupati, come
in questo caso, dal rischio sempre più concreto di uscire sconfitti persino su
un tema come quello dell’antisemitismo, da quella stessa destra oggi al governo,
alla quale non si perde occasione di rinfacciare le leggi razziali promulgate
dagli antenati fascisti. Un’operazione di abiura delle proprie origini iniziata
25 anni fa da Gianfranco Fini, storico numero due del Movimento Sociale Italiano
da lui trasformato in Alleanza Nazionale, di cui Giorgia Meloni è stata
la promettente delfina. Nel 2003, infatti, nella sua veste istituzionale di
presidente della Camera dei deputati, in visita al museo dell’Olocausto di
Gerusalemme, Fini - con in testa la Kippà – era stato perentorio,
inequivocabile e soprattutto definitivo nel denunciare (tra il resto): «Le
pagine di vergogna che ci sono nella storia del nostro passato (dei post fascisti ndr). Bisogna farlo -
aveva sottolineato senza reticenze - per capire la ragione per cui ignavia,
indifferenza, complicità e viltà fecero sì che tantissimi italiani nel 1938
nulla facessero per reagire alle infami leggi razziali volute dal fascismo». Un
colpo basso inteso a smentire l’opposizione che, dai banchi del centro sinistra,
accusava Silvio Berlusconi di aver riportato i fascisti al governo. Un altro
passo in quella direzione, quindi, siccome il testo del disegno di legge che
prevede specifiche «Misure di prevenzione e contrasto dell’antisemitismo»
scelto dalla commissione Affari Costituzionali di palazzo Madama, su cui
avviare il prossimo 10 febbraio i lavori propedeutici al voto in Senato, è
quello redatto dal leghista Massimiliano Romeo. Una proposta assai simile a
quella presentata da Ivan Scalfarotto di Italia Viva, insieme a quelle
di tutti gli altri partiti. Tranne Alleanza Verdi e Sinistra, come di
consueto contrari a prescindere. Ultimi a depositare la propria, i parlamentari del Pd.
Che hanno rischiato persino di non riuscirci neppure, se non grazie al rinvio
della scelta formale del testo, che la maggioranza ha accordato non a caso per
il prossimo 27 gennaio. Una data importante. Una Memoria della quale,
però, al Nazareno in molti sembrerebbero aver perso memoria.

Commenti
Quelli che hanno saggezza e visione, dedizione al bene della polis.
La funzione dell'opposizione, di destra o di sinistra, dovrebbe essere quella di controllore e di freno del potere della maggioranza. Non quella di intralciare in ogni modo la linea del governo per affermarne l'inadeguatezza proponendo di fatto la propria presunta superiorità morale e politica.
Ho sempre sognato di una politica dove maggioranza e opposizione fossero alleate nel cercare le migliori soluzioni per un buon governo, anche quando la visione di tali soluzioni fosse inevitabilmente divergente per questioni ideologiche.
Invece c'è un'opposizione a prescindere pur di delegittimare l'avversario; pronti persino a rinnegare le proprie battaglie di prima se per caso coincidono con quelle del governo attuale.
La politica, invece di occuparsi della polis, si preoccupa di demolire l'avversario per ottenere un vantaggio di parte.
E la situazione è ancora più preoccupante quando, come è il caso, lo scontro è tra due
"nani": una forza di governo priva di personalità capaci di governare e obbligatoriamente alleata coi populisti della Lega, contrapposta ad un'opposizione caotica, incoerente, a sua volta dipendente dal populismo di Conte e dalla ideologizzazione strumentale di Verdi e "sinistri".
Cosa potrebbe andare storto?
Dai corridoi del Nazareno ai campi larghi (ormai larghissimi, tipo campo santo), il suo articolo è un viaggio nell’arte tutta italiana dell’autosabotaggio politico.
Tra “cerchiobottismi”, riformisti stufi e antisemitismi spiegati a tavolino, sembra chiaro che l’unica vera unità del PD sia... nella disgregazione.
Una lettura consigliata: fa riflettere, ma soprattutto fa esercitare i muscoli facciali – tra un grimace e una risata amara.
Essendo denominati ‘semiti’, nei dizionari, tutti quei popoli che parlano lingue collegate al ceppo semitico (arabi, ebrei, cananeo-filistei), dovremmo chiamare ‘ebrei’ solo quei semiti credenti nel dio di Abramo, ossia nella religione ebraica, distinguendo così tali credenti nell’ambito dell’etnia semitica. Così come Israele, in quanto Stato, dagli ‘ebrei’ stessi, non essendo credenti tutti gli israeliani. E ancora, i ‘sionisti’ dagli ebrei non sionisti. Così come distinguiamo i semiti ‘arabi’ dai semiti ‘palestinesi’ in riferimento al luogo di appartenenza, e non alla loro religione potendo questi stessi semiti essere ‘islamici’, ‘cristiani’, ecc.
Avremo quindi le idee più chiare per distinguere l’anti-semitismo (che accomunerebbe tutte le popolazioni semite), dall’anti-sionismo (che sarebbe rivolto al disegno politico di rifondare lo Stato di Israele), dall’anti-ebraismo (che riguarderebbe i seguaci della religione ebraica), dall’anti-razzismo (per indicare l’opposizione alla discriminazione tra le etnie). E infine, l’opposizione al governo attuale di Israele.
Cadrebbe allora l'accusa di ‘antisemitismo’ e la confusione che ne deriva ogni volta che ci si riferisce a ognuno dei suddetti ‘finti sinonimi’. E magari non sarebbe neppure necessaria una legge nazionale basata sull'interpretazione di tale termine, di per se confuso, essendo sufficiente applicare gli attuali principi costituzionali per distinguere le discriminazioni etniche e religiose dalle critiche politiche. Forse, occorrerebbe semmai cambiare il termine ‘razza’ nella Costituzione, un po' obsoleto, sostituendolo con ‘etnia’.