Separati in toga
Immaginiamo che un professionista di qualsiasi categoria, sbagliasse 108 dei suoi lavori su 169. E poi immaginiamo ancora che l’anno successivo ne sbagliasse un ulteriore quarto del totale: 131 su 409. Qualora accadesse, è da ritenersi altamente improbabile che ciò potrebbe consentire a questa persona di godere dell’autorevolezza necessaria a farlo considerare un campione di conoscenza del proprio mestiere. Difficilmente, inoltre, verrebbe da credere che a un mediocre del genere potrebbe essere consentito di pontificare attraverso i mezzi di informazione più importanti, su ciò che (in ragione delle ricadute sociali del proprio lavoro), sarebbe meglio per i cittadini. Impensabile, infine, che un palmarès di insuccessi come quello sopradescritto possa dare adito a un suo avanzamento significativo in carriera. E invece no. Tutto questo non succede se, per esempio, il lavoro svolto è quello di Amministratore delegato di un carrozzone statale. Come non ricordare, infatti, la buona uscita per “raggiungimento dei risultati” dell’allora numero uno di Alitalia, Giancarlo Cimoli, liquidato dalla compagnia di bandiera, con circa tre milioni e mezzo di Euro a fronte dei 221 (!) milioni di ulteriore deficit che la sua gestione triennale accumulò tra il 2004 e il 2006? Neppure se si fa il Pubblico Ministero evidentemente. Perché proprio 108 sono gli imputati assolti sui 169 cittadini innocenti, indagati e arrestati durante il 2018 nel corso dell’inchiesta “Poseidone”, coordinata dall’allora sostituto procuratore della Repubblica di Catanzaro, Nicola Gratteri. Una cantonata investigativa di proporzioni enormi, almeno quanto i risarcimenti per ingiusta detenzione che ne sono scaturiti. 5 milioni di euro a spese del contribuente che nessuno rimborserà, in spregio al referendum del 1987 con cui gli italiani avevano votato a favore della responsabilità civile dei giudici per i loro errori. Assolti come i 131 del processo “Rinascita Scott” indagati sempre da Gratteri nel 2019. Numeri che concorrono a formare quella percentuale variabile tra il 50 e il 60 percento di assoluzioni a livello nazionale, che qualche domanda sulle effettive capacità di valutazione da parte della nostra magistratura inquirente, alle procure dovrebbe venire in mente di porsi. Ebbene, nonostante questa debacle di risultati, il sistema di progressione in carriera dei membri di una categoria quantomeno privilegiata, quale appunto quella dei magistrati, ha consentito a Nicola Gratteri di assumere il ruolo attualmente ricoperto di Procuratore generale presso il Tribunale di Napoli. Una promozione quindi. Una poltrona importante che, lontana dal fargli considerare di imporsi un profilo pubblico, per così dire basso, lo ha invece catapultato nell’olimpo degli ospiti fissi delle più seguite trasmissioni d’opinione. Quelle che gli consentono di proporsi al pubblico, ovviamente senza alcun contraddittorio, quale paladino della parte sociale – e politica – che si oppone alla separazione delle carriere tra la magistratura inquirente e quella giudicante. Ossia quanto previsto dalla riforma della Giustizia varata dal competente ministro dell’attuale Governo – e magistrato a sua volta - Carlo Nordio. Un’attività che Gratteri svolge riscuotendo puntualmente un grande successo di ascolti, gli va riconosciuto, nonostante per sostenere le proprie tesi si sia permesso, addirittura, di scomodare i morti. E che morti! Citando per ben due volte, come si ricorderà, nientemeno Giovanni Falcone (foto) quale sostenitore antesignano delle odierne ragioni del “NO”. La prima volta millantando questo presunto orientamento dell’eroe antimafia in un’intervista, sempre a dire di Gratteri, rilasciata al quotidiano La Repubblica. Peccato, però, che in realtà l’intervista citata non sia mai avvenuta. Imbarazzato? Neanche per sogno: «Me lo hanno detto persone perbene». Questa l’autoassoluzione del procuratore campano, che forse aiuta a meglio comprendere l’accuratezza delle sue investigazioni. La seconda, invece, manipolando palesemente le parole del giudice palermitano assassinato a Capaci, mettendogli in bocca il dissenso alla separazione delle carriere tra i magistrati, quando invece nel discorso preso a prestito da Gratteri, Falcone si riferiva – giustamente – alla iattura che potrebbe comportare la “separazione tra i Poteri e gli Organi dello Stato”. Anche qui nessuna scusa: «Le mie parole sono state fraintese», ha tagliato corto Gratteri, chiudendo la questione con l’arroganza di chi è abituato a non dover mai rispondere a nessuno delle proprie azioni. Un’abitudine alla mistificazione resa ancora più manifesta dalla promozione referendaria per il “NO” alla separazione tra magistrati inquirenti e giudicanti, portata avanti mediante messaggi destituiti di ogni fondamento. Come quello secondo cui dall’esito referendario, se vincessero i “SI” (a similitudine delle panzane messe in giro dai 5stelle durante la consultazione che fu fatale a Matteo Renzi), verrebbe “compromessa la Costituzione”. Un falso evidente, giacché il fatto che un pubblico ministero non possa passare a piacimento tra i magistrati giudicanti – e viceversa – non pregiudica in alcun modo l’operato della Magistratura, che rimane il terzo autonomo e indipendente Potere dello Stato, lasciando inalterato quanto a suo tempo previsto dai padri costituenti. Oppure quella ancora più grossa che vedrebbe i pubblici ministeri, se inglobati in un ruolo a parte, come “asserviti al potere politico”. Ma quando mai? Sarebbe così se le nomine degli inquirenti fossero fatte dal Governo, dai partiti, oppure soggette a una forma elettiva esterna. Mentre gli inquirenti, anche se categoria a sé stante, continuerebbero nel nostro Paese a divenire tali mediante un regolare concorso pubblico, riservato ai laureati in giurisprudenza e valutati dalle medesime Commissioni che operano adesso. Esattamente come avviene per qualsiasi altro concorso pubblico. E quando tutto questo non basta, in mancanza di argomenti veri, nel tentativo di condizionare gli elettori si ricorre all’effimero. Non attraverso dibattiti televisivi aperti e comprendenti tutti i punti di vista, bensì creando un polverone ad arte sulla data del voto, pensando che sia questo l’aspetto politico che interessa a quanti devono andare a votare. Una sottovalutazione dell’intelligenza popolare che non è nuova in chi teme di perdere. Ma che negli ultimi tempi, stando quanto meno ai risultati espressi dalle urne, come tattica sembrerebbe deludere le aspettative di chi può confidare solo in essa.

Commenti
Quando l'avvocato deve incontrare il giudice, bussa, chiede permesso e saluta con un "buongiorno dottore".
Quando il PM vuole parlare col giudice, entra e dice "ciao Nicola".
È disponibile ovunque l'intervista integrale di Giovanni Falcone in cui sostiene l'opportunità della separazione delle carriere.
In questi giorni circola un video di Travaglio del 2018 in cui afferma che la soluzione al correntismo in magistratura sia il sorteggio.
Gratteri stesso, anni fa, propugnava la separazione delle carriere.
Solo gli stupidi non cambiano idea, ma solo i disonesti lo fanno quando gli conviene.