Un'Europa molto arabiata
Partiamo da una regola aurea attribuita al sistema di informazione di tipo anglosassone, prima che persino la BBC venisse colta con le mani nel sacco delle notizie per così dire taroccate, a proposito dei copia e incolla vocali coi quali sono state recentemente manipolate affermazioni del presidente americano Donald Trump. Distinguere i fatti dalle opinioni. Ed è sicuramente un fatto, per esempio, che sempre per restare nel Regno Unito, il primo ministro (laburista!) Keir Starmer abbia posto dallo scorso anno, il movimento cosiddetto della “Fratellanza musulmana” sotto stretta osservazione, propedeutica alla sua possibile messa al bando per violazione delle vigenti Leggi antiterrorismo. Va detto, infatti, che la Gran Bretagna costituisce lo storico laboratorio logistico e intellettuale dei “Fratelli musulmani”, come dimostrano i numerosi comuni di Sua Maestà guidati da sindaci che si riconoscono in tale realtà politico – religiosa. Analoga situazione si respira in Francia. A Parigi, infatti, il presidente Macron ha convocato un vertice di sicurezza interna, definendo la “Fratellanza” una «Minaccia per la coesione nazionale», riferita alla creazione da parte di tale organizzazione – soprattutto nelle periferie – di «Ecosistemi islamici paralleli». A confermarlo è stato infatti un report redatto a cura dell’intelligence francese, dal titolo Fratelli Musulmani e islamismo politico in Francia, reso pubblico da Le Figaro, che a dispetto del titolo delinea il fondamentalismo islamico come radicato non soltanto in Francia, ma frutto di un «disegno unico» che riguarda tutto il continente europeo, compresa ovviamente l’Italia. Il nostro Paese, infatti, sempre secondo le indagini svolte dalle barbe finte francesi, risulta scelto come potenziale luogo di formazione dei futuri Imam di tutta Europa. A Verona: dove ha sede «L’Istituto Italiano degli Studi Islamici e Umanistici, noto come Bayan, che come è stato appurato ha ricevuto ingenti finanziamenti kuwaitiani attraverso l’International Islamic Charity Organisation». E ancora a proposito di massicci finanziamenti, dalle carte riservate appare dedicata anche alle comunità islamiche presenti in Italia una grande generosità da parte del Qatar, finalizzata alla costruzione di grandi centri. È invece tedesca la principale banca islamica europea. La KT bank, con sede dal 2015 a Francoforte, di proprietà del gruppo Kuwait Finance House. Un fatto anche questo, del quale per capirne lo spirito basta visitare il sito. L’offerta, infatti, si compone di «Un portafoglio completo di prodotti e servizi di finanziamento e investimento islamici, in linea con i principi di attenzione al valore, responsabilità sociale e trasparenza del settore bancario islamico». Nulla a che vedere, quindi, con la Jihad islamica e con i vari gruppi terroristici cui eravamo abituati in passato (e anche in presente), portatori di una conversione violenta degli infedeli. Il metodo assai più efficace di colonizzare il mondo da parte della “Fratellanza”, ce lo spiega infatti un report di 50 pagine affidato dalla Commissione Europea a due ricercatori internazionali: l’antropologa francese Florence Bergeaud-Blackler, del CNR scientifico di Parigi e il sociologo italiano Tommaso Virgili, che opera presso il WZB Social Science Center di Berlino. I quali, ricostruendo con metodo e sistematicità la presenza dei “Fratelli” in Europa, mettono in luce una realtà oggettiva che, nonostante sia del tutto evidente, le anime candide del nostro Continente fingono di ignorare. Ossia che la UE – per quanto in buona fede – ha finanziato tramite bandi e fondi pubblici finalizzati a progetti di inclusione «Organizzazioni legate all’islamismo politico», permettendo la creazione di reti d’influenza ideologica. Un Islam politico difficile da catalogare, però, proprio perché oggetto di una realtà della quale in Europa (e in Italia) manca la definizione giuridica. La “Fratellanza musulmana”, tuttavia, non si muove né come partito né come movimento. Si scompone, bensì, in una miriade di associazioni, acronimi, organizzazioni non governative, fondazioni e centri culturali – oltre che naturalmente religiosi – uniti tra loro da ideologia, parentela, dottrina e flussi di denaro collegati fittamente tra loro. Per chi non ne conosce la struttura, appare come un insieme di organizzazioni isolate e autonome. Un «Sistema coordinato e camaleontico», come lo definiscono invece i ricercatori, in grado di agire sottotraccia, sfruttando «Il linguaggio dei diritti, della diversità e dell’inclusione». A guidare i Fratelli è la dottrina della cosiddetta Wasatiyyah (tr. moderazione), ossia una tattica comunicativa capace di rendere presentabile il progetto islamista, che appare verso il mondo esterno come conciliante al dialogo e finalizzata alla lotta al razzismo, mentre erode all’interno i fondamenti laici delle culture europee. “Unmasking The Muslim Brotherhood” (Smascherare la Fratellanza musulmana), questo il titolo del testo di Blackler e Virgili, propone tuttavia una tesi ancora più forte, che trova l’Europa «Strutturalmente vulnerabile» rispetto a un’ideologia che non cerca lo scontro diretto, ma la trasformazione graduale delle società liberali dall’interno». Il tutto permeato da una capacità assoluta di adattarsi alle narrative europee sul multiculturalismo traducendo detti valori in chiave comunitaria. Appellandosi al diritto della libertà religiosa e autodeterminazione culturale, ottenendo così spazi di autonomia normativa. Da quattro decenni, infatti, la Fratellanza agisce in Europa applicando la "Dawa", basata sull’affiancamento dell’attivismo sociale alla predicazione. Verso un’acquisizione del consenso ottenuta per così dire dal basso, mediante la costruzione di reti di assistenza all’interno dei quartieri più poveri delle città, a maggioranza musulmana. Un individuo alla volta, fino a quando lo Stato non diventerà automaticamente e senza atti di forza una realtà basata sulla Sharia. Via, via che l’ecosistema islamico prende forma – sostengono gli esperti – finiscono con l’autoimporsi anche le norme sociali riferite ai costumi e ai precetti, tipo la barba per gli uomini, il velo per le donne e il rispetto del Ramadan per tutti. Un agire che, tuttavia, necessita anche di connessioni politiche. Non nazionali, quanto invece locali, mobilitando il proprio elettorato popolare altrimenti astensionista. Concludendo da dove siamo partiti, è risaputo che la Patria di Re Carlo d’Inghilterra è da sempre considerata la fonte di formazione universitaria privilegiata dai paesi arabi. Dagli Emirati soprattutto, storicamente orientati verso gli atenei di oltre Manica per formare la propria classe dirigente. Non più. Come sostenuto da Times e Financial Time, infatti, le Autorità arabe hanno bloccato da quest'anno la concessione delle borse di studio destinate a quanti volevano appunto studiare nel Regno Unito. Perché? Semplice: gli emiri non vogliono esporre i propri giovani al rischio sempre più conclamato di radicalizzazione islamista presente nei campus britannici a cura dei “Fratelli musulmani”. Un'organizzazione che già dal 2014 gli Emirati hanno catalogato come terroristica. Un ultimo fatto, questo, che sembrerebbe lasciare spazio a una sola opinione. Se sono gli arabi a dover spiegare all’Europa che l’islamismo politico ha il suo cuore proprio in Europa, allora l’Europa è messa male. Male sul serio.

Commenti
Pero c'è da dire che i loro affari se li sanno "curare" bene...
Dovremmo ritrovare un po' di memoria delle nostre tradizioni, un po' di orgoglio per i nostri valori (valori veri, conquistati con lotte e sofferenze) e un po' di rispetto umano che ci raddrizzi la schiena difronte all'iniquità e al pericolo islamico.
I
Le nuove leggi arrivano tardi e rischiano di accentuare squilibri. L’Europa deve fare mea culpa e riflettere: reti ideologiche organizzate stanno influenzando le future generazioni e istituzioni.
Serve visione strategica, non retorica.