Entrata a martello

Non vale la pena di perdersi nei why e nei because, come sempre inascoltati, della prevedibilità di quanto è puntualmente accaduto lo scorso sabato,  31 gennaio, a Torino, quando ci sono di mezzo i centri sociali. Non vale la pena di ripetere le inutili constatazioni, sulla manifestazione che ha visto ventimila torinesi protestare contro la recente chiusura della struttura occupata abusivamente di Askatasuna. Disposta dal Comune a guida centrosinistra per motivi di sicurezza edilizia, eppure definita frutto di una di repressione governativa che consente di chiudere «luoghi di alterità», di militarizzare una città senza motivo (eccettuati quelli di cui ai titoli di tutti i media il giorno dopo), impedendo ogni forma di dissenso. Eccettuato, tuttavia, quello di dissentire liberamente in una protesta di piazza, contro la chiusura disposta dall’Amministrazione di centrosinistra, per motivi di sicurezza edilizia del centro sociale occupato abusivamente da Askatasuna. Non vale la pena neppure di parlare delle centinaia e centinaia di cosiddetti “manifestanti violenti” che, al calar del sole, hanno vandalizzato Torino e dei quali tutti – i ventimila compresi - sapevamo che ci sarebbero stati. Nonostante i quali, però, la militarizzazione della città costituiva appunto un evidente, inutile, governativo sopruso. E meno che mai vale la pena di soffermarsi sulle parole della procuratrice generale di Torino, Lucia Musti, che da anni vive sotto scorta perché considerata dal mondo antagonista «Serva della mafia del Tav». La quale chiama in causa i salotti buoni della sinistra, colpevoli di una: «Benevola tolleranza e di una lettura compiacente di condotte, che altro non sono che gravi reati, da parte di taluni soggetti i quali – sostiene sempre la Musti - con il loro scrivere, il loro condurre a normalizzazione, il loro agire in appoggio, vanno a popolare quella “area grigia”, che dovrebbe per contro svolgere un’illuminata azione di deterrenza, di educazione al vivere sociale e di rispetto delle regole democratiche». Come pure la pena non vale, di sottolineare l’editoriale del direttore del principale quotidiano piemontese, La Stampa, probabilmente ancora condizionato dalla recente devastazione operata dai medesimi “antagonisti” alla sua redazione. O ancor di più dal successivo, conseguente, “ammonimento” ai giornalisti affinché sappiano come comportarsi, pronunciato da Francesca Albanese. Una profezia anteriore nella quale, dopo aver incolpato le Istituzioni di ogni ordine e grado di non aver fatto nulla per evitarne i disastri “annunciati”, Andrea Malaguti non ha trovato esempio migliore – e dire che ce n’erano tanti - cui assimilare i (come li vogliamo chiamare? Monelli?), se non coi poliziotti statunitensi dell’Ice. Vale invece la pena di ricordare due scene, entrambe emblematiche della giornata.  La prima meno famosa: un uomo di mezza età giace, in tenuta sportiva, insanguinato per terra, tra fumo che acceca e scoppi che rendono sordi. Tre poliziotti si muovono per recuperarlo. Coperti da pietre e da insulti di chi crede che invece vogliano solo arrestare un “ribelle”. Tornano indietro. Ci riprovano e alla terza, contusi, lo mettono in salvo. Le altre immagini sono ormai note. Un poliziotto per terra, accerchiato dal branco che, dopo averlo privato del casco, lo prende a calci a manetta e a martellate alla cieca. Lo salvano altri colleghi, che disperdono i … (come li vogliamo chiamare? Violenti?). Dunque, vediamo. In principio, nell’abisso degli anni di piombo, nei cortei antagonisti di allora (degli extraparlamentari di sinistra, non delle Brigate Rosse), si era soliti gridare che: «Uccidere un carabiniere, o un poliziotto – per esempio – non era reato». E ne sono stati uccisi tanti. Quelli che lo facevano, però, venivano curiosamente chiamati “assassini”. Torniamo all’oggi. Circondare una persona in più aggressori, colpirla ripetutamente in più parti vitali del corpo con calci da ogni direzione e a colpi ripetuti di martello, può ragionevolmente condurre alla morte dell’aggredito? E per tanta che possa essere la quantità di merda ideologica, con cui si è riempito il cervello distorto di una persona che prende a martellate un poliziotto, è ragionevole pensare che l’aggressore sia pienamente consapevole che dentro la divisa che colpisce, ci sia un essere umano? Ed è infine ragionevole, ritenere che chiunque colpisca ripetutamente a martellate un altro uomo, sia cosciente di poterne causare anche la morte? Se la risposta a tutte queste domande è sì, evidentemente non ci troviamo di fronte a un gruppo di manifestanti monelli, o violenti. Come pure è evidente che non si tratti di una colluttazione avvenuta nella normale dinamica, per quanto accanita, di uno scontro tra due parti contendenti. Se la risposta è sì, semplicemente, siamo di fronte a una banda di assassini che sta cercando di uccidere a calci e martellate una persona inerme. E che come assassini vanno trattati. Ossia con la possibilità sancita dalla Legge, da parte dell’aggredito, di esercitare mediante l’uso legittimo delle armi, il diritto alla legittima difesa. Nel caso di un poliziotto addirittura un dovere. Per difendere quel cittadino comune che giace insanguinato a terra, infatti, il poliziotto deve per prima cosa poter difendere sé stesso. Perché difendendo sé stesso il poliziotto difende lo Stato, rappresentato dalla divisa che indossa. E difendendo lo Stato, il poliziotto difende i cittadini insanguinati per terra. Che tutti insieme sono lo Stato. Che ieri giaceva nel suo sangue a Torino, impotente, accanto a quel poliziotto.

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Commenti

Rosario Failla ha detto…
Complimenti Maurizio, un pezzo di grande spessore che conferma, come sempre, la tua professionalità e capacità di analisi.
Ci tengo però a sottolineare un punto fondamentale: non bisogna fare di tutta l’erba un fascio. I 26.000 partecipanti che hanno manifestato civilmente sono l’espressione sana della nostra democrazia ed è giusto che la loro voce venga ascoltata. Il problema resta quella minoranza di violenti che nulla ha a che fare con lo spirito della piazza: spero vivamente che vengano tutti identificati e consegnati alla giustizia. Chi commette reati deve risponderne personalmente e pagare per le proprie azioni, affinché non venga infangato il diritto di manifestare di migliaia di persone perbene.
MASSIMO TERRILE ha detto…
Non c’è nulla da eccepire a quanto scrive Maurizio. La violenza è sempre violenza, da qualsiasi parte provenga. Lo sapeva bene Gandhi, che per liberare l’India dal dominio degli inglesi scelse le ‘non violenza’, preferendo subirla e farla subire ai suoi sostenitori, lasciando che fossero gli altri a macchiarsi di crimini. Come lo sapeva Mandela, che si fece 27 anni di carcere. Se ci si vuole dare la zappa sui piedi, qualunque sia la ‘buona’ causa in cui si crede, scegliere la violenza è il metodo migliore per passare dalla parte del torto. Nelle innumerevoli manifestazioni in favore degli animali non umani (torturati nei laboratori, scannati nei macelli, incatenati H24 alle greppie a produrre enormi quantità di latte, mutilati e ammassati vergognosamente negli allevamenti intesivi) non si è mai assistito ad alcuna forma di violenza. Al massimo, disobbedienza civile, stile Gandhi, nonostante tutto. E i risultati si sono visti. Oggi la legislazione nazionale e comunitaria rincorre affannosamente quei principi che rendono ‘umani’ gli umani, nel tentativo di superare la vergogna. Sangue chiama sangue, si sa, e giustifica la ritorsione. Ma migliaia di manifestanti, se seduti a terra, smuovono anche i governi più ostinati, le leggi più dure, le ragioni di Stato più segrete. Non c’è bisogno della violenza per far valere i diritti democratici. Basta lasciarla fare agli altri.
Enrico.b ha detto…
E' successo per l'ennesima volta!!!
Un gruppo di delinquenti ha rovinato ancora una volta una manifestazione che può piacere o non piacere, ma alla quale partecipavano persone non violente.
Voglio solo dire una cosa, ma è possibile che che non si riconoscano e si tengano fuori dai giochi quegli sporchi individui, che poi saranno sempre gli stessi, al fine di garantire sicurezza per i cittadini e per le forze dell'ordine?
Non si può pensare che si voglia pensare di vietare di manifestare a milioni di persone per varie ragioni, per colpa di un groppuscolo di ignoranti che sarebbe facile isolare e fargli pulire i fossi stradali e gli alvei dei fiumi per tutta la loro vita.
Almeno servirebbero a qualcosa.......
Nadia Mai ha detto…
Vedo che tutti i commenti sono univoci nella condanna alla violenza, ma tutti tengono a separare i violenti dai manifestanti "pacifici".
Credo poco alle intenzioni pacifiche di chi manifesta in favore di associazioni "fuori legge". Anche se non partecipano incappucciati o portando un martello, sfilano a sostegno di chi occupa abusivamente un immobile, di chi invade la redazione di un giornale, dei notav che ostacolano con violenza una decisione dello Stato.
Quello Stato che "giaceva insanguinato a Torino" anche per colpa di manifestanti "non violenti".

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