Il falso e il falso


«(…) In questa sede, che rimane e deve rimanere rigorosamente istituzionale ed estranea a temi o controversie di natura politica, avverto la necessità di rinnovare con fermezza l’esortazione al rispetto vicendevole. In qualsiasi momento, in qualsiasi circostanza. Nell’interesse della Repubblica». Dunque, proviamo un’analisi di tipo logico delle parole pronunciate dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nella sede del Consiglio Superiore della Magistratura. Un’entrata giudicata da molti
a gamba tesa finché si vuole, ma pur sempre espressione del Capo dello Stato il quale, presso detto organo istituzionale di autoregolamentazione della magistratura, di cui la Costituzione lo pone a Capo, non aveva finora mai messo piede. Ora: il fatto che Mattarella abbia ritenuto di dover sottolineare che le «controversie di natura politica» debbano rimanere «estranee» al Csm significherà, o no, che evidentemente il Csm stesso le ha portate – o ha consentito che venissero portate - al suo interno? Il fatto che Mattarella abbia avvertito «con fermezza» di dover esortare le parti, sempre e a qualunque costo, al «rispetto vicendevole», significherà, o no, che si riferisse sia al Governo, sia al Consiglio Superiore della Magistratura? Chiunque abbia conseguito la licenza di terza media, dove il programma di grammatica si è svolto bene, dovrebbe sicuramente riconoscere che è così. Macché! Non c’è testata giornalistica del giorno dopo, tranne ovviamente quelle del centrodestra, che non parli di «schiaffi» del presidente Mattarella in faccia alla premier Meloni. «Umiliazione del Governo», addirittura. In realtà un’assoluta mistificazione strumentale tesa a stravolgere il significato delle parole presidenziali, quasi che quel «vicendevole» si riferisse a una bega condominiale tra il ministro della giustizia Nordio e la vicina di casa. Un’opera di subdola manipolazione del significato dei termini, riflettente il tentativo di condizionare l’opinione pubblica (che fortunatamente sembra però non abboccare), in un gioco di illusionismo lessicale e di immagini, dove è sempre più difficile distinguere chi è, che dice cosa. Ed ecco, infatti, che mentre si sorvola - come fosse una cosa normale – sul fatto che il procuratore generale di Napoli Nicola Gratteri, in televisione (non un pirla qualunque, mentre gioca a flipper al bar), attribuisca al Pm Giovanni Falcone un’affermazione falsa (che fosse contrario alla separazione delle carriere dei magistrati), per di più spacciata come frutto di un’intervista in realtà mai avvenuta, si accusa di lesa maestà il ministro della giustizia che invece riporta la definizione – autentica – del CSM (un sistema para-mafioso), così come formulata dal Pm Antonino Di Matteo. E ancora ci si scandalizza del fatto che Giorgia Meloni (peraltro insieme a svariate decine di milioni di italiani), trovi per così dire singolare il risarcimento disposto dai giudici verso un cittadino extracomunitario condannato 23 volte, per reati alcuni dei quali anche gravi, eppure mai espulso dal nostro Paese. Mentre risulta assolutamente normale che il predetto procuratore campano, possa insultare pubblicamente l’elettorato di segno avverso (votano No le persone perbene, votano Si gli indagati, gli imputati, i mafiosi e i massoni deviati. O le persone perbene, ma che non se ne rendono conto – leggi i cazzoni - secondo Marco Travaglio). E in aggiunta a tutto ciò, ormai insopportabile, la continua, assillante, indecente, litania mistificante che accompagna le argomentazioni di quanti dai 5stelle al governo in avanti, sono contro ogni tipo di riforma costituzionale. Sempre che non sia promossa da loro naturalmente, la legittima volontà di aggiornare la Carta viene contrabbandata come un tentativo di attentato al Testo costituzionale. E a nulla vale, anche in questo caso, che frotte di costituzionalisti al di sopra di ogni sospetto, tra cui almeno tre ex presidenti di Corte Costituzionale, si affannino a spiegare quello che sempre un normale programma di educazione civica, fatto per bene alle scuole medie, insegnerebbe. Ossia che la possibilità di modificare in alcune sue parti la Costituzione lo hanno previsto – con un iter assai gravoso e ben definito, inteso proprio a evitare colpi di mano – le stesse persone che quella Costituzione l’hanno scritta nel dopoguerra. Non i fascisti prima di sbarcare su Marte, non Mussolini sotto dettatura di Hitler dal bunker finale, bensì quei “Padri costituenti” così sacralmente citati a bocca piena, dai talebani dell’antifà, sempre ossessionati da un imminente golpe di stampo cileno, presente soltanto nei loro cervelli. La riforma della giustizia a firma Nordio sta seguendo, al pari di tutte le altre che l’hanno preceduta, l’iter previsto dalla Costituzione per revisionare la Carta stessa. Ha ottenuto la maggioranza qualificata dal Parlamento e adesso sarà sottoposta al giudizio popolare, cui spetta l’ultima parola. Motivo per cui, fatto salvo l’ulteriore fondamentale potere di alta vigilanza da parte dei citati Capo dello Stato e Corte Costituzionale, se gli elettori voteranno in maggioranza per il Si, la riforma passerà, altrimenti non se ne farà nulla. E nulla di così grave succederà in un caso, come neppure nell’altro. Perché pur se tra chi voterà No è sicuro che ci siano – anche - persone che hanno marciato contro Israele, rimanendo invece muti contro la carneficina in corso a cura degli Ayatollah, nessuno in grado di intendere e di volere, tra quanti invece avranno votato Si, in caso di sconfitta elettorale avrà il timore di finire sotto il giogo di Hamas. Si chiama convivenza democratica. Una cosa che alle persone davvero perbene, non fa alcuna paura.

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