Meno male che Johnny c’è
Non sappiamo ancora quale sarà l’esito del referendum sulla riforma della Giustizia, che si terrà i prossimi 22 e 23 marzo, ma di sicuro i sostenitori del Si possono annoverare tra le proprie fila un elemento in più. E di che calibro, per giunta: nientemeno il sostituto procuratore della Repubblica presso la Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, Henry John Woodcock. Il magistrato anglo - partenopeo, a dire il vero, dal canto suo intenderebbe sostenere le ragioni opposte – quelle del No – ma lo fa in un modo talmente auto devastante, da far pensare che si esibisca davanti a una candid camera. Questa, almeno, l’impressione che se ne ricava dal massacro mediatico del quale il Pm è stato fatto oggetto dal deputato di Forza Italia ed ex direttore del settimanale “Panorama”, Giorgio Mulè, durante la più recente puntata del programma “Piazza pulita”, condotto su La7 dal giornalista diversamente imparziale Corrado Formigli. Tuttavia, evitando così di ripetere le incredibili gaffe balbettate da Woodcock in quell’occasione e che stanno facendo impazzire la rete, vale la pena di ripercorrere la carriera di questo paladino a sua insaputa del Si. Per farlo occorre però dotarsi di infinita pazienza, oltre alla volontà di compiere un salto all’indietro di almeno 20 anni nella storia giudiziaria del nostro Paese, ma indispensabile a ben comprendere la particolarissima idea di giustizia che anima alcuni garanti dei diritti costituzionali. Quelli previsti per molti, ma non sempre per tutti. Publico ministero a Potenza, nel 2001 il giovane John ottiene l’arresto del senatore DS Rocco Loreto, accusato di calunnia dal collega magistrato Matteo Di Giorgio. Il presunto calunniatore, però, verrà assolto in due distinti gradi di giudizio, mentre il presunto calunniato sarà condannato in via definitiva – nel 2016! - a otto anni di reclusione (e poi espulso dalla Magistratura), per i reati di corruzione e concussione di cui appunto lo accusava Loreto. L’anno successivo, invece, Woodcock apre l’inchiesta denominata “tangenti Inail”. 20 arresti, tra cui il direttore generale dell’Ente Alberigo Ricciotti e numerosi dirigenti dell’Eni, fino a coinvolgere due parlamentari: il Ds Antonio Luongo e Angelo Sanza di Forza Italia, ma soprattutto il generale dei Carabinieri Stefano Orlando, già direttore operativo dei Servizi segreti che, arrestato, sarà poi scagionato da ogni accusa assumendo il ruolo di vice comandante generale dell’Arma. Assolti invece con formula piena – insieme ad altri 18 (!) imputati - Luongo, Sanza e il vicepresidente della regione Basilicata Vito De Filippo. Nel 2004 il nostro eroe togato assume le redini, invece, di quella che potrebbe rivelarsi l’inchiesta di una vita – (micacazzi) - il cosiddetto Vip Gate. Indagati, in questo caso, risulteranno teste di serie come Franco Marini e il segretario di D’Alema Latorre, il fratello del ministro Marzano e poi Maurizio Gasparri e Francesco Storace, il diplomatico Umberto Vattani e persino … Tony Renis. Si, proprio lui, che forse canticchiando in un orecchio al ministro Giulio Tremonti il ritornello di «Quando dico che ti amo …», avrebbe cercato di raccomandargli un amico. In tutto 78 (!) persone, per le quali – tutti quanti, eccetto nessuno – le accuse si riveleranno destituite di ogni fondamento, con il conseguente non luogo a procedere. Stesso fiasco, sempre nella regione lucana, con la presunta commistione tra criminalità e politica. In questa occasione gli arrestati furono 51 (!), tra cui il magistrato Bardi e deputati vari compreso ancora una volta il povero Antonio Luongo, divenuto ormai una sorta di Moby Dick (foto) nell’ossessione monomaniacale del neo capitano di mala giustizia Henry John Achab. Nessuna condanna anche in questo caso, naturalmente, ma addirittura la richiesta di indagine sull’operato di Woodcock disposta da un evidentemente esasperato Roberto Caselli, allora ministro di Grazia (poca) e Giustizia (ancor meno). È invece del 2006 il cosiddetto “Somalia Gate”, relativo a presunte truffe internazionali che si concluderà col proscioglimento di tutti e 17 gli imputati. Seguito nel giugno dello stesso anno dal “Savoia Gate” – (so che qualcuno starà pensando che io stia inventando, ma non è così: restate comodi, perché siamo ancora lontani dal vedere la luce) – ossia l’inchiesta attraverso la quale Woodcock intendeva forse decapitare ciò che ancora restava della nostra vecchia monarchia. Roba da far impallidire il Vip Gate (micacazzi bis), tenuto conto che in esito a questa indagine il Pm richiese – e purtroppo ottenne – l’arresto dell’erede al trono di Umberto II. Accusato di un reato infame, il povero principe Vittorio Emanele patì l’ignominia di sapersi associato a delinquere finalizzato, tra il resto, allo sfruttamento della prostituzione, concussione, corruzione e minacce. Insieme al suo, altri 13 arresti per i quali nel marzo 2007 il Giudice delle indagini preliminari del tribunale competente di Como ha accolto l'istanza di archiviazione, poiché «per quanto relativo alle posizioni degli indagati i fatti non hanno rilevanza penale». Decisone ratificata nel 2010 dal tribunale di Roma che ha mandato assolto Sua Altezza mancata «perché il fatto non sussiste». Stesso risultato per il caso Vallettopoli, ancora nel 2006, che senza esito vede coinvolti tra gli altri Lele Mora, Fabrizio Corona ed Elisabetta Gregoraci. Per arrivare al 2011, quando Woodcock apre l’inchiesta P4, intesa a smascherare un fantomatico “sistema informativo parallelo” che vede l’arresto del deputato Alfonso Papa dell’allora Popolo delle Libertà e del vice comandante generale della Guardia di Finanza, poi presidente della regione Basilicata, Vito Bardi. Tutti ovviamente prosciolti da ogni accusa nel corso dell’anno dopo. Analoga sorte per i principali imputati della inchiesta disposta da Woodcock nel 2014 ancora sulle Fiamme Gialle, per i quali sarà disposto dai tribunali il proscioglimento o l’archiviazione. E poi, più o meno infine, l’inchiesta su appalti Consip avente per oggetto il presunto pagamento di tangenti, turbative di appalti e favoreggiamento. Tra gli abbagli di Woodcock brilla, in questa circostanza, l'arresto dell'imprenditore Alfredo Romeo, successivamente scarcerato e risarcito per ingiusta detenzione. Per non citare poi il coinvolgimento dell’allora ministro Luca Lotti, del comandante generale dei carabinieri Tullio Del Sette (assolto nel 2023), del deputato di Forza Italia Italo Bocchino e – non ultimo – del padre dell’ex premier Matteo Renzi (micacazzi tris), Tiziano. Tutti assolti nel 2024 con formula piena «perché il fatto non sussiste». Condannati, invece, il colonnello dei carabinieri Alessandro Sessa e il maggiore del Nucleo operativo ecologico Gianpaolo Scafarto, importanti collaboratori di Woodcock, accusati di aver falsificato alcuni verbali per coinvolgere Tiziano Renzi, oltre che di aver rivelato informazioni riservate sulle indagini. Che dire, con un curriculum del genere in un Paese normale, dotato di una Giustizia normale, ci si potrebbe aspettare che il Consiglio Superiore della Magistratura disponga di una sezione incaricata di verificare le obiettive capacità inquirenti di tali campioni giuridici. E in effetti qualche indagine da parte dei colleghi a carico di Henry John Woodcock c’è stata. Tutte incredibilmente senza esito, però, compresa quella del 2021: la più surreale. Sottoposto al vaglio disciplinare del CSM per aver rivelato notizie riservate alla giornalista Federica Sciarelli, Woodcock ne è uscito indenne poiché stando alle dichiarazioni dell’inquisito stesso: quest’ultima gli «aveva promesso» che quanto da lui rivelato «non sarebbe stato pubblicato». Tra le motivazioni biascicate durante la disastrosa comparsa nella trasmissione di Formigli, Woodcock ha dichiarato che in presenza di una Alta Corte disciplinare, così come prevista dalla riforma “Nordio”, il pubblico ministero perderebbe la propria serenità di giudizio temendo di sbagliare. Ha ragione. Col sistema attuale quelli come lui, invece, non hanno nulla da temere.

Commenti
Chissà in quanti siamo a chiederci come possa un magistrato essere così incapace e in malafede e attraversare indenne una vita professionale che rovina le vite altrui provocando risarcimenti milionari da parte dello Stato.
Hai fatto un lavoro di indagine enorme che meriterebbe maggior diffusione e riconoscimento.
Grazie (malgrado il mio fegato).