Si. Ho detto tutto.
Non sappiamo se a convincere Beppe Grillo e il 23 percento degli elettori grillini, a revocare la propria fiducia incondizionata alle toghe, dichiarando la propria adesione alle ragioni del Si, abbia contribuito la recente condanna in primo grado a otto anni del figlio del comico genovese. Resta il fatto che a differenza di ciò che Grillo ha sempre pensato per il resto del mondo, su queste pagine ogni imputato è un cittadino innocente fino a condanna definitiva. Vale per tutti, vale anche per lui. Se però fosse così, queste ragioni risulterebbero indegne. Non sappiamo neppure se a convincere gli elettori indecisi, a votare Si alla riforma della Giustizia saranno i manifesti leghisti che invitano a farlo per “Limitare gli sbarchi dei migranti” in Italia. Se però fosse così, queste ragioni sarebbero indegne. Sappiamo invece quanto male possano fare alle ragioni sacrosante del Si, le parole in libertà che, generalizzando indegnamente, dipingono la magistratura come «Plotoni d’esecuzione» dei quali ci si deve «Sbarazzare». Tanto più gravi se pronunciate da chi, in quell’ambito specifico, ricopre il delicatissimo incarico di capo di gabinetto del ministro competente. Ma il motivo principale sulla base del quale dissociarsi e respingere tali ragioni, resta quello di distinguersi in questo finale – finalmente! – di campagna referendaria, da chi fin dal primo momento, in mancanza di argomenti concreti, ha trasformato una battaglia di civiltà giuridica che graverà sul futuro dell’intero Paese, in una bagarre politica finalizzata soltanto a colpire l’attuale governo. Per farlo, i promotori del No hanno utilizzato ogni tipo di allarmismo menzognero possibile, arrivando a rinnegare persino posizioni che in passato erano proprie. Abbiamo ascoltato fandonie insultanti, come quella che l’aderire alla riforma firmata Nordio favorirebbe la mafia. Ma nessuno ha saputo spiegare il perché. Siamo stati accomunati a Casa Pound, per l’analogo orientamento di voto, proprio da quelli che come i post fascisti in parola avevano votato al referendum del 2016 indetto dal loro stesso partito. Siamo stati accusati di voler realizzare, votando Si, il piano eversivo ideato dalla massoneria deviata di Licio Gelli, quando la stessa riforma – voluta in precedenza proprio dal partito che ci accusa – altro non è che il completamento del progetto costituzionale di terzietà dei giudici. Un progetto di ristrutturazione della Giustizia inteso proprio a soppiantare il modello inquisitorio voluto dal fascismo – quello vero, di Grandi e Mussolini – proprio per controllare l’operato dei Pubblici Ministeri, iniziato (ma non concluso) dalla riforma degli anni ’80 che porta il nome di Giuliano Vassalli. Guarda caso, anche se per alcuni oggi non conviene ricordarlo, esponente socialista medaglia d’argento partigiana, poi insigne costituzionalista e ministro di Grazia e Giustizia tra i migliori che l’Italia ricordi. Abbiamo subito l’ignominia dell’accusa di voler attentare alla Costituzione, asservendo con il nostro assenso alla separazione delle carriere l’assoggettamento dei magistrati alla politica e – segnatamente – al Potere esecutivo. Falsità per smentire le quali sarebbe sufficiente confrontare l’attuale testo costituzionale – articolo per articolo – con quanto previsto dalle modifiche ammesse alla consultazione referendaria, nelle quali di detti presunti arbitrii non c’è appunto traccia. Accuse peraltro confutate – una per una – non già dai membri del sempre presunto governo fascista, bensì dai migliori e autorevoli giuristi in area centrosinistra, già presidenti e membri della Corte Costituzionale. Alta Corte che, con il Capo dello Stato, renderebbe inapplicabile proprio perché incostituzionale, l’altro delirio del quale la riforma è accusata dai sostenitori del No. Ossia il varo di fantomatiche leggi attuative della riforma stessa, varate artatamente dal governo Meloni per «Ridurre l’autonomia della Magistratura». E così via, di palla in palla, passando dalla benevola definizione di idioti, in quanto incapaci di comprendere i danni che il nostro Si comporterebbe, abbiamo subito l’assenza di qualsiasi dibattito nel merito di ciò che si dovrà votare. Ammorbati, invece, da moralismi d’accatto formulati a cura di una corte dei miracoli assai variegata, costituita da magistrati i cui risultati investigativi si fa fatica a definire in negativo, per quanto si sono rivelati disastrosi e poi attori, comici, scienziati, storici e cantanti. Impegnati, tutti, ad accusare di qualsiasi nefandezza chi propende per il Si. L’ultima (si spera), ma solo in ordine di tempo, in prima pagina de La Repubblica di qualche giorno fa: «Se vince il No diminuiscono i diritti delle donne». Perché? Non lo sapremo mai. «Ho detto tutto», soleva sostenere spesso un ineffabile Totò verso un Peppino esasperato che replicava: «Basta, con questo: Ho detto tutto, quando invece non hai detto niente» (foto). Povero De Filippo. Ieri, pur avendo ragione, faceva la figura dello scemo, mentre oggi sarebbe tacciato addirittura di fascismo. Lui, per lo meno, aveva a che fare con un Principe. A noi del Si, purtroppo, è invece capitato Conte. E ho detto tutto pure io.

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