In galera!
Immaginiamo, per scherzo, di aprire il nostro quotidiano (sempre immaginario) preferito, La Repubblica delle panzane, dove leggere: «Nell’ambito delle inchieste riferite ai furti alimentari nei supermercati, svolte in questi mesi dalla Procura della Repubblica di Rocca Cannuccia, è apparso anche il nome della cassiera Maria Rossé. La dipendente non risulta indagata. Secondo quanto dichiarato - ma non ancora verificato da parte degli inquirenti - dal soggetto sospettato dei furti, Mario Rossi, lo stesso si sarebbe avvalso della collaborazione di una addetta alle vendite – la signora Rossé – per distrarre la guardia giurata che controllava l’uscita dal supermercato». Pensiamo davvero che non ci indigneremmo per un tale inqualificabile, gratuito, sputtanamento di una povera donna la quale – oltre a essere innocente fino a prova contraria – non risulta neppure indagata? E davvero non stracceremmo immediatamente quel giornalaccio, sperando che qualcuno provveda quantomeno a multarlo? Bene, adesso prendiamo invece, per davvero, La Repubblica online di due giorni fa dove leggere: «Dagli atti dell’inchiesta della Procura di Roma, riferita a presunti appalti pilotati che vedrebbero interessato il Ministero della Difesa, compare anche il nome dell’ex sottosegretario Giorgio Mulè (oggi vicepresidente della Camera dei deputati. Ndr), che non è indagato». Il motivo? Semplice: «Il faccendiere imprenditore Antonio Spalletta sarebbe intervenuto attraverso il reale, o millantato. (Sic. Così negli atti!) intervento di un esponente politico (Mulè. Ndr) per favorire la promozione di (…) a generale dell’Aeronautica (…)». Pensate che qualcuno si sia indignato per tanto analogo, gratuito, sputtanamento di una persona effettuato a mezzo stampa, sulla base di un atto (ovviamente ancora coperto dal segreto istruttorio), nel quale - addirittura da parte degli inquirenti! - si ignora se l’accusatore dica il vero, oppure si sia inventato tutto? Pensiamo per caso che qualcuno abbia preso provvedimenti di tipo quanto meno deontologico, verso questo comportamento non altrimenti definibile che pura diffamazione? Diffamazione a mezzo stampa. Lo stesso reato per il quale ieri presso il tribunale di Lodi il pubblico ministero ha chiesto (per fortuna senza ottenerla) la condanna a oltre tre anni di carcere per il giornalista Piero Sansonetti, denunciato dall’ex Pm Roberto Scarpinato oggi senatore per il Movimento 5stelle. Quale la sua colpa? Aver chiesto a Scarpinato, quando Sansonetti era direttore de Il Riformista, il motivo per il quale nel luglio del ‘92 lo stesso Pm chiese – e ottenne – l’archiviazione del dossier Mafia appalti, preparato dal generale dei carabinieri Mario Mori su richiesta di Giovanni Falcone. Una domanda più che legittima, tenuto conto che a quel dossier era interessato il giudice Paolo Borsellino il quale, ucciso un mese e mezzo dopo Falcone, non lo vide mai. Ma una volta detto tutto questo, cos’hanno in comune il presunto diffamato di Forza Italia Mulé e il presunto diffamatore comunista (per quanto eretico) Sansonetti? Nulla, se non il fatto di essere entrambi due ottimi giornalisti, di essersi spesi entrambi anima e corpo nei mesi precedenti in favore del Si alla riforma della magistratura, di essersi permessi entrambi di chiedere conto del proprio operato a due pubblici ministeri mediaticamente superstar (Mulè a Woodcock dei suoi reiterati arresti di persone innocenti), per poi trovarsi entrambi coinvolti in brutte acque giudiziarie, a nemmeno 48 ore dall’esito referendario. Però! Quando si dice: le coincidenze.

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