Bimbini prodigio
«Se un bimbo di 16 anni ti dà un pugno non muori. E non cadi neanche a terra, a meno che tu non sia ubriaco o drogato». C’è indubbiamente una disperazione che va compresa – cosa diversa da giustificata – dietro a queste parole aberranti, pronunciate a caldo, dal padre di uno dei tre giovani arrestati per l’omicidio di gruppo, avvenuto a Massa la settimana scorsa. Come è noto, al di là della ricostruzione dei fatti tuttora in corso da parte degli inquirenti toscani, nella notte di domenica 12 aprile un uomo di 47 anni è rimasto ucciso nel capoluogo lunigiano sotto i calci e i pugni di un gruppo di giovani, alcuni dei quali minorenni, cui la vittima avrebbe rivolto un rimprovero, poiché lanciavano bottiglie contro una vetrina. Per l’omicidio volontario, avvenuto sotto gli occhi dei familiari dell’uomo, tra cui il figlio undicenne, oltre a due persone di 19 e 23 anni (già arrestati con l’accusa di concorso in reato), è stato fermato un diciassettenne ora in carcere minorile a Firenze. Parole assurde, pronunciate nei confronti di un morto ammazzato di cui l’autopsia dovrà dimostrare quale colpo sferrato (e soprattutto da chi) l’abbia ucciso, restando invece evidente che sia stato ripetutamente colpito anche a terra. Parole dettate dalla paura delle conseguenze per un figlio appena maggiorenne, ma già toccato da precedenti di polizia. Passi, quindi, quel «bimbo» riferito a chi bimbo di sicuro non è, dettato dall’angoscia paterna di chi non vuole credere a una verità sempre più evidente, che lascia presagire un futuro non emendabile attraverso il rimbrotto con cui si calmano i bimbi. E non c’è da chiedersi neppure cosa facessero in giro per Massa, riuniti in banda, verso l’una di notte, quei bimbi che proprio bimbi evidentemente non sono. Per poi però passare al contrattacco: ossia narrare il pestaggio feroce, come la conseguente naturale, dovuta, reazione dei bimbi all’aggressione da parte dell’uomo. «Chi sei te – incalza quel padre distrutto, parlando toscano, ma con accento rumeno – che vai a picchiare i bimbi?». Ma poi subito pedagogico, a significare che come da copione quell’uomo maturo, un po’, se l’è andata a cercare: «Chiama i carabinieri, no? Se uno lancia le bottiglie non ti devi impicciare». Peggio di lui, si fa per dire, forse soltanto il padre dell’altro maggiorenne, nella buona fede che deriva dal terrore per ciò che potrebbe capitare al proprio bimbo: «pagherò gli studi all’orfano», tenta in una sorta di di rimborso arcaico, per un danno che purtroppo rimborsabile non è. Tace invece e fortunatamente, almeno per ora, la famiglia del bimbo 17enne su cui pesa l’accusa più grave – omicidio volontario – il quale sembrerebbe aver steso la vittima con un micidiale uno-due dettato dal suo essere definito “una promessa della boxe toscana”. Un bimbo prodigio, come dire. E come loro tanti altri bimbi. Tipo quello che a La Spezia, poco più di un mese fa ha ucciso in classe il compagno di banco sedicenne come lui, per motivi che definire futili può persino sembrare esagerato. «Forse la vittima si è spaventata e si è mosso. È stato un incidente». Così ha provato a spiegare il padre dell’assassino in erba. Il punto è che potrebbe persino trovare un giudice che gli dia ragione, magari disponendo un risarcimento nei suoi confronti. Oppure il bimbo – tredici anni! - che sempre a colpi di coltello (ma guai a parlare di metal detector a scuola: sono poco inclusivi), settimane fa in provincia di Bergamo stava mandando al creatore l’insegnante di francese, rea di averlo ripreso in aula, mortificandone l’ego di bimbo. «La famiglia – ha sostenuto in questo caso il legale del bimbo - auspica che le indagini possano approfondire con la massima attenzione l'eventuale ruolo di soggetti conosciuti dal minore attraverso i social network». Perbacco! Hai visto mai che la colpa del tentato omicidio rischiasse invece di essere attribuita al bimbo, così ingiustamente mortificato dalla professoressa «impunita dal preside»? Tanto più invitando – ha proseguito l’avvocato – «A porre attenzione sull'assenza di controlli negli acquisti online di oggetti potenzialmente pericolosi da parte dei giovani». Proprio come devono aver fatto in quella casa, ovviamente. Una strage, invece, presso il liceo artistico di Pescara, sembrava che la stesse progettando un altro bimbo di 17 anni però residente in Umbria, affascinato – parrebbe – dal mito ariano da cui sembrava trarre ispirazione. «Mio figlio ama la storia - ha commentato, seriamente, la madre del giovane neo nazista – lo ha fatto per curiosità». C’è da crederle, magari col rammarico che non fosse interessato, invece, alla sociologia della famiglia. Offesi a morte per essere stati urtati da una donna sull’autobus ad Alessandria, sempre qualche giorno fa altri due bimbi minorenni hanno ritenuto di doverla buttare giù dal mezzo pubblico, davanti al figlio poco più giovane di loro, per poi percuoterla a colpi di cinghia custodita nello zaino scolastico. Per arrivare ai bimbi entusiasti di Casalpusterlengo, che l’altra notte hanno filmato e postato la rapina di un bancomat in diretta, accompagnandola con urla di approvazione e applausi da stadio nei confronti dei malviventi. In questi ultimi due casi – finalmente una buona notizia - non risultano interventi da parte dei familiari. Solo a proposito del bancomat lodigiano, il commento per così dire ponderato del sindaco: «È un’immagine che deve farci riflettere. Uno specchio della nostra società che non possiamo ignorare». Vero. A patto che a riflettere, però, non siano quei genitori.

Commenti
Inoltre, quando succedono queste tragedie, la cosa più difficile è cercare di ricordarmi che ogni carnefice è probabilmente stato vittima a sua volta…
JMZ
Ultimamente, fatti di cronaca come quelli citati da Maurizio, mi fanno riflettere su "quei" giovani ( fortunatamente
è vero molti sono in gamba e sensibili) che ormai, in questa epoca che viviamo di paure e incertezze, si rifiutano di discutere il loro dominio ed attaccano per non sentirsi inferiori. Diventano aggressivi e assumono atteggiamenti impulsivi e violenti. L'origine, il fine di tali comportamenti, soluzioni e percorsi per arginare queste violente emozioni sono ormai sempre più complesse e fuori controllo. Spesso si tende ad attribuire errori anche agli educatori ( genitori, professori, moralisti, filosofi ecc...). L' educazione è una catena senza fine. Autorità e autorevolezza si confondono e si scontrano con le generazioni. L'educatore, genitore o insegnante che sia, ha il sempre più difficile compito e responsabilità di guidare i giovani, fornire conoscenze ma specialmente di aiutare allo sviluppo dell'intelligenza morale e civica ( no intelligenza artificiale ma umana) volta al rispetto e al confronto, così la catena dell'educazione continuerà senza fine. Utopia?
Maria
So di sembrare retrograda e nostalgica, e probabilmente lo sono, ma la paura (reale) che mi incuteva la professoressa di matematica è diventata, da adulta, un ricordo affettuoso. Non cambierei la ragazzina che ero con l'arroganza, la sfrontatezza e la violenza di certi giovani traviati da una società decadente.
Ormai conviene girarsi dall'altra parte per non avere grane?
Non sono d'accordo, ma evidentemente con tutti i "bimbi" che girano con coltelli pistole, mazze e altri oggetti contundenti, quando non sono le mani stesse ad offendere, mi chiedo se deve essere il singolo a farsi carico di cambiare il mondo.
A meno di non girare tutti armati e fare delle nostre città un disastroso "Ok Corral".