Nessuno la può giudicare
«Potrei gettarmi da un cavalcavia o da un palazzo, ma questo lascerebbe chiunque mi trovasse, a fare i conti con quella scena per il resto della vita». Sta in questa frase, probabilmente, il senso di una decisione assolutamente responsabile quand’anche almeno in apparenza infinitamente dolorosa, di porre fine alla propria vita senza in alcun modo condizionare quella degli altri. Senza gravare su nessuno. E questo è ciò che proprio oggi ha finalmente fatto una signora inglese di 56 anni, Wendy Duffy(foto), presso un istituto che pratica il suicidio assistito. Incapace – ossia: non più capace di volerlo – a vivere oltre, in conseguenza della morte accidentale del figlio 23enne, avvenuta quattro anni fa. Un caso che ovviamente ha riempito le cronache dei tabloid di mezza Europa, riproponendo la reprimenda dei talebani in servizio permanente della morale pubblica, sempre pronti a emettere giudizi dal comodo (quanto evidentemente annoiato) divano di casa. Quando invece basterebbe tacere, riflettendo su quella frase iniziale pronunciata da Wendy, che ha proseguito: «Non provo più alcuna gioia, non ho nessun desiderio di continuare a vivere. Non cambierò idea. Siate felici per me. So che morirò con il sorriso sulle labbra». Mentiva per rassicurare i propri cari? Poteva farsi aiutare da qualcuno a superare la crisi, dando un senso differente alla propria rimanenza di vita? Chissenefrega. Il punto, infatti, non è se qualcuno oltre alla diretta interessata queste domande abbia il diritto di pensarle, bensì che nessuno possa avere invece quello di porle. Nessuno e per nessuna ragione - quale che sia – deve poter sindacare sulla scelta di una persona in grado di intendere e di volere (purché ovviamente non istigata da terzi), a porre fine alla propria esistenza con dignità e discrezione, nella certezza di riuscirci, senza appunto in quel gesto coinvolgere altri. Per farlo, purtroppo, Wendy e … le altre devono però recarsi in Svizzera, stanti i divieti o comunque le restrizioni vigenti nelle altre realtà continentali in materia di fine vita volontario, in assenza di malattia. Un’isola (si fa per dire) felice, circondata dai monti invece che dal mare, dove questo diritto a uscire di scena in maniera autodeterminata costa più o meno una decina di migliaia di euro. Non l’Italia, naturalmente, dove si è addirittura costituita un’associazione - Exit Italia, associazione italiana per la promozione del diritto all'eutanasia – che fornisce informazione sulla possibilità per i nostri connazionali intenzionati in tal senso, di accedere alle competenti strutture elvetiche. Non in Italia, neppure a dirlo, dove ancora si fatica a considerare la depressione come una malattia, bensì il vezzo di persone snob sopraffatte dalla noia esistenziale. Vedi il caso, nel 2011, del fondatore de Il Manifesto Lucio Magri, il cui suicidio assistito destò all’epoca grandi polemiche. Così come ci conferma, del resto, Mario Riccio, l’anestesista che venti anni fa esatti staccò la spina a Piergiorgio Welby. «A volte confondiamo la sofferenza psichica lieve, con quella che è la grave depressione – spiega il medico - che è una malattia assoluta e sconvolgente. Ci sono persone che non rispondono ai farmaci, succede che anche la terapia più aggressiva non riesce a ridare nemmeno un minimo di equilibrio, oppure ci sono terapie il cui prezzo da pagare è non essere più se stessi». Ne sapeva qualcosa Cesare Pavese, primo traduttore di Moby Dick e scrittore italiano tra i massimi del nostro ‘900 letterario. Una vita segnata da lutti familiari durante l’infanzia, grande povertà e severità materna, oltre alle conseguenze della carcerazione fascista e di infinite delusioni sentimentali, nel diario che sarà pubblicato postumo col titolo emblematico Il mestiere di vivere, definiva il 1950 come «L’anno che non finirò». Lo interruppe infatti il 27 agosto nella stanza di un piccolo albergo torinese di piazza Carlo Felice, sconvolgendo appunto la vita della cameriera che lo rinvenne al mattino, avvelenato da 10 confezioni dei barbiturici coi quali in genere si addormentava. Pienamente consapevole del comune sentire di chi resta in questi casi, nella lettera con cui tutti perdonava chiedendo a tutti perdono, aveva preso congedo con la sola raccomandazione che - allora come adesso - dovrebbe contare sul serio: «Non fate troppi pettegolezzi».

Commenti
Eppure la soluzione è la più semplice e normale: LIBERTÀ.
io non ti costringo a suicidarti e tu non mi impedisci di farlo.
Il legislatore deve solo mettere regole ferree per verificare che sia davvero una volontà spontanea e determinata del soggetto a porre fine alla propria vita, senza interferenze o pressioni esterne.
Deve tutelare i medici obiettori perché non siano costretti ad attuare una pratica che la loro coscienza rifiuta, ma anche i medici disponibili che recepiscono il dolore di chi affronta una pratica così estrema come il suicidio assistito.
Invece il livello del dibattito rimane ancora ai "pettegolezzi".
JMZ