L’insostenibile infosferezza dell’essere
Un valore che non si presidia, si dice, finisce col perdersi per strada. Un valore che si dà per scontato possa rimanere tale in eterno, si dice, finisce per dissolversi nel tempo facendo ritornare la situazione al punto di partenza. Così era stato, per esempio, il 22 giugno del 1974 ad Amburgo, nello “stadio del popolo” dove il cartellone eliminatorio dei mondiali di calcio disputati in una Germania che per i successivi 15 anni si sarebbe continuato a definire “Ovest”, la nazionale guidata dal kaiser Franz Beckembauer (a sx nella foto) avrebbe affrontato quella dell’est. Figli sportivi di un dio minore, appunto, gli Ossis, come venivano definiti i tedeschi della DDR, quella sera indimenticabile avrebbero battuto i fratelli separati in casa – i Wessis – per una rete a zero. Contrapposto a beniamini noti in tutto il mondo del pallone che contava, fatto di giocatori del calibro di Gerd Müller, Seep Maier e Berti Vogts - stando alla cronaca entusiastica e passata anch’essa alla Storia del futuro premio Nobel Günter Grass - un difensore dal nome impronunciabile e che dopo quella volta non sarebbe più stato pronunciato – Lothar Kurbjuweit – si inventò un passaggio in diagonale che, prima la testa e poi alquanto fortunosamente la coscia di un altro pedatore ignoto – tale Jürgen Sparwasser - depositarono in rete alle spalle di uno dei migliori portieri del mondo. Il valore in questione, in quegli anni freddi come la guerra combattuta senza cannoni che in Europa separava il cosiddetto mondo libero occidentale, da quello delle vite rubate dalla Stasi di stanza a Leipzig, era la capacità – per quanto cinica - dei politici di intendere lo sport come un’opportunità intesa a creare ponti, invece che erigere muri. Non a caso, per assistere a quella gara, i funzionari consolari del presidente Eric Honecker avevano dovuto lavorare alacremente per emettere gli 8.000 visti turistici provvisori che, per una notte magica senza retorica, avrebbero consentito ad altrettanti cittadini della cosiddetta Repubblica Democratica Tedesca, di far ammutolire – in quei 90 interminabili e al tempo stesso velocissimi minuti – gli oltre 50.000 tifosi di quella Federale, presenti a sostenere un trionfo che si sapeva scontato, ma che invece quella sera ad Amburgo scontato non fu. Poi il deserto conseguente alla caduta del “muro”, con l’illusione della pace perpetua e la iattura della memoria perduta. Arrivando a furia di facciate nei muri all’agosto del 2025, quando la storia si ripete con altri protagonisti sia sportivi, sia soprattutto politici, per trasformarsi come da manuale in farsa. Non più quella dei 44 gatti dello Zecchino d’oro, bensì dei 44 parlamentari del Partito Democratico capitanati dal responsabile ombra sportivo di togliattiana memoria, Mauro Berruto, firmatari di un appello indirizzato al Coni, alla Figc e ai membri italiani del Comitato Olimpico Internazionale. La richiesta è semplice, ai limiti del geniale: farsi promotori presso Cio, Fifa e Uefa della sospensione totale di Israele dallo sport mondiale, quale deterrente risolutivo della crisi di Gaza. Ma fin qui lo sport, che si sa – a torto o a ragione – vede prevalere i muscoli piuttosto che il cervello. Meglio affidarsi al valore supremo, ecumenico e universale della cultura in senso lato. Gli esempi positivi e illuminati di una politica culturale intesa a superare le impasse dei Governi non mancano. Il caso, su tutti, del supremo pianista e direttore d’orchestra David Baremboin il quale, con lo scrittore palestinese Edward Said, nel 1999 si inventa la West Eastern Divan Orchestra, con lo scopo preciso di favorire il dialogo tra musicisti provenienti da culture storicamente nemiche come Israele, Egitto, Giordania, Siria, Libano e Palestina. L’esperimento, forse perché ispirato dall’omonima opera poetica multiculturale di Goethe, funziona. È la cultura nella sua interezza, quindi, che va promossa per favorire, se non la pace, quanto meno il dialogo tra mondi in conflitto. Non alla biennale di Venezia, però. Dove il ministro della cultura in forza all’attuale governo di centrodestra, Alessandro Giuli, ha inviato gli ispettori a chiudere il padiglione russo voluto (come pure quello israeliano) dal direttore Pietrangelo Buttafuoco. Un intellettuale di formazione conservatrice, noto per il suo rigore morale, la sua intelligenza accompagnata da una cultura vasta e profonda, per nulla incline all’accondiscendenza verso le ragioni (si fa per dire) della politica, soprattutto quando si manifestano sottoforma di censura, camuffata da principio etico. E dire che Giuli, nonostante lo stupore obiettivo che può aver generato in quanti si sono stupiti del suo stupore nello stupirsi che Buttafuoco, si comporti come se si trattasse di Buttafuoco, sulla cultura ha le idee molto chiare. Lo dimostrano le linee programmatiche guida sull’argomento, delineate dal ministro stesso martedì scorso alle commissioni cultura di Camera e Senato, riunite presso la “Sala del Mappamondo” di mussoliniana memoria. A proposito dei cambiamenti vorticosi che interessano la nostra società, ha sintetizzato Giuli: «la quarta rivoluzione epocale della storia delineante un’ontologia intonata alla rivoluzione permanente dell’infosfera globale, il rischio che si corre è duplice e speculare». Me cojoni, avrebbe probabilmente sottolineato il Duce, in quella stessa sala, abbottonandosi secondo quanto riportano le cronache dell’epoca la patta dei calzoni. Ma per poi subito zittirsi sotto la seconda, definitiva, considerazione del nostro ministro: «l’entusiasmo passivo, che rimuove i pericoli della iper tecnologizzazione – ha ben spiegato Giuli - e per converso l’apocalittismo difensivo che rimpiange un’immagine del mondo trascorsa, impugnando un’ideologia della crisi che si percepisce come processo alla tecnica e al futuro intese come una minaccia …». Per poi, si dice, scappare dal collega agli esteri Tajani, al quale proporre per stemperare la crisi tra Cuba e Stati Uniti, di organizzare tra i dipendenti dei due consolati una partita a baseball tra scapoli e ammogliati.

Commenti
Lodevole in principio, ma biasimevole se a rappresentare tali culture sono gli esponenti responsabili dell'aspetto deteriore delle stesse culture.
Ma ciò che più mi interessa prendere in considerazione è l'uso di un lessico aulico, ultra colto, direi bizantino, da parte del ministro Giuli. Il popolo o l'individuo che possiede più vocaboli è più attrezzato per capire la realtà ed esprimerla. Chi è più ricco è avvantaggiato rispetto a chi possiede di meno, ma, proprio per questo, trovo volgare, al limite del ridicolo, esibire la propria abbondanza umiliando i meno abbienti (di vocaboli) e costringendoli a prendere atto del proprio stato di inferiorità con l’uso di un lessico incomprensibile ai più.
Chi ha necessità di esibire tanto platealmente la propria cultura rivela una insicurezza di fondo. Insicurezza che, nel caso del Ministro Giuli, mi sembra più che giustificata.