Fatto a pezzi

Non importa cosa diranno per minimizzare il pasticcio, anzi il pasticciaccio brutto – per parafrasare Carlo Emilio Gadda – di viale Rastelli a Milano, sede appunto della redazione de il Fatto Quotidiano, dov’è successo il fattaccio altrettanto brutto delle calunnie gratuite a Nicole Minetti e compagno. Non importa neppure se poi il Torquemada che lo dirige sarà da loro denunciato per diffamazione, come pure dal ministro Carlo Nordio e condannato a pagare una cifra che gli avvocati sembrerebbero stimare in 250 milioni di euro. No, comunque vada a finire questa storia di vergogna morale, prima ancora che giornalistica, rimane il verosimile travaglio di un Marco Travaglio (foto) che, anche se non nuovo a denunciare ipotesi di reato che poi si sciolgono come neve al sole, mai come in questo caso può ignorare il danno abnorme che ha fatto. Ai diretti interessati, certo, ma ancor più al gazzettino della manetta di cui è padrone e per l’appunto direttore. Aveva scritto che c’era del marcio nella procedura di adozione del figlio di Minetti e Cipriani, mentre il marcio non c’era. Aveva sostenuto che l’ex consigliera regionale lombarda continuava a condurre una vita per così dire dissipata in Uruguay, mentre di dissipata c’era evidentemente soltanto la fonte cui si appoggiavano i compagni di merende guidati dal condirettore Peter Gomez, in un resoconto che la procura milanese ha definito “fantasioso”. Come pure indenne ne esce appunto Carlo Nordio, il ministro di Giustizia messo sulla graticola dall’altro campione di fango (eufemismo di merda) sparso col ventilatore: Sigfrido Ranucci. Che con la complicità di Bianca Berlinguer lo ha accusato di frequentare il ranch uruguayano della coppia, nel periodo in cui si decideva proprio la concessione della “grazia”  presidenziale a Nicole Minetti, secondo una informazione che – in violazione delle più basilari regole deontologiche proprio di chi lavora nel campo dell’informazione - «Doveva ancora essere verificata». Più scaltro (eufemismo di paraculo) di Travaglio, Ranucci si è poi scusato con Nordio, che nel suo caso non procederà per vie legali. Una debacle della professione giornalistica giunta insieme al crollo di un altro castello di carte che da tre decenni si regge sul nulla, ma assai utile alla fortuna editoriale del foglio più giustizialista che c’è. Il Giudice delle indagini preliminari di Firenze ha infatti disposto – per la sesta e definitiva volta – l’archiviazione riguardante Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri delle accuse che da trent’anni, appunto, li volevano contro ogni evidenza i mandanti occulti delle stragi mafiose avvenute nel 1993. Con una ciliegia sulla torta tutta italiana. Il decreto in questione porta infatti la data del 15 gennaio 2026, ma è stato reso pubblico soltanto adesso. Cinque mesi dopo la firma e – guarda caso – a urne referendarie parimenti archiviate. Cinque mesi anziché cinque minuti. Ossia quanto sarebbe bastato (in un Paese dove l’avviso di garanzia costituisce già una condanna piena per chi lo riceve) al quotidiano di Travaglio e similari per pubblicare invece il decreto di un eventuale rinvio a giudizio del fondatore di Forza Italia e del suo storico collaboratore. Eppure, fermo restando l’assenza assoluta di un Ordine dei Giornalisti da sempre inerte rispetto a questi comportamenti, con la desolante constatazione che in fin dei conti non ci si possa stupire del fatto che i Travaglio si comportino come Travaglio, a lasciare più amareggiati è il comportamento del Quirinale. Non organo di equilibrio e saggezza, nel caso della grazia all’ex igienista dentale, né – tanto peggio – baluardo di freddezza mentale rispetto alle decisioni già assunte. Non può essere in alcun modo giustificabile – né tantomeno negato, o anche solo ridimensionato – il fatto che invece di mantenere sobrietà riguardo a un’accusa che, per quanto grave, rimaneva pur sempre una notizia di stampa, il nostro Capo dello Stato – non importa se direttamente lui o chi per lui - ha perso la testa.  Invece di rispondere con distacco a un’accusa gravissima di leggerezza e superficialità, nell’esercitare una prerogativa delicatissima quale è quella di abolire la pena derivata da una condanna penale, sostenendo in primo luogo - e fino a prova contraria – le due Istituzioni che hanno competenza in materia, ha preferito scaricare su di esse responsabilità che invece erano soltanto le proprie. Sul Ministro della Giustizia e sui Procuratori della Repubblica milanesi cui, in maniera ai limiti del brutale, ha subito chiesto conto di quanto denunciato dalla cricca del Fatto. Istituzioni che però hanno tenuto botta.  «I fatti riportati nelle notizie di stampa – ha sentenziato perentoriamente la Procura milanese, rinviando gli atti agli uffici del "Colle" - dalle quali ha tratto origine il presente supplemento di attività, non corrispondono al vero e che non sono emersi fatti contrastanti con il quadro probatorio già acquisito». Quanto è bastato a un evidentemente assai imbarazzato Sergio Mattarella per emettere un pronto comunicato stampa, nel quale dichiarare di aver preso atto «Con rispetto» di tali conclusioni, in base alle quali «Non si ravvisano motivi per una rivalutazione del provvedimento di clemenza adottato». Per poi concludere ribadendo la propria «Fiducia nella Magistratura». Chissà che cosa avrebbe fatto se non ne avesse avuta.

Commenti

Nadia Mai ha detto…
Buongiorno Maurizio, buongiorno a tutti.
Non so se esserti grata o no per le tue note editoriali. Devo dire che, in genere, contribuiscono notevolmente a peggiorare la colorazione della mia giornata. Nello specifico mi rattrista leggere che, anche uno degli ultimi capisaldi della Repubblica, si sia mostrato così "fiducioso nella magistratura" da cedere alle insinuazioni di Torquemada.
Mi rallegra invece il fatto che pare che il Grande Inquisitore sarà chiamato in giudizio con la richiesta di risarcimento di 250 milioni di euro.
Se sarà condannato, forse avrà difficoltà a reperire la somma, e neanche il suo amico putin potrebbe essere disposto sborsarla.
Sarà la volta buona che ci liberiamo del Fattaccio?
Enrico.b ha detto…
Come al solito ci risiamo.....
Le inchieste giornalistiche, come le indagini delle Forze dell'Ordine, hanno bisogno di prove provate e non di chiacchiere da paese, altrimenti da inquisitore rischi di finire inquisito se chi hai "toccato" si sente danneggiato nel proprio Io.
Certo che, nel caso specifico, hanno dormito un po' tutti e tutti hanno demandato a qualcun altro fino ad aver perso tempo e anche un po' la faccia.
Quello che continuo a non capire, a prescindere dai motivi per cui la si chieda, è come possa chiedere la grazia una persona che in galera non è mai andata.
Magari sbaglio, ma credo debba essere in corso un pena da scontare per essere graziati altrimenti che grazia è ?

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