Le frustrate e le frustate
Desiderare di poter respirare “Aria di libertà” dalle nostre parti suona come lo slogan piuttosto abusato e, assai spesso, portato avanti da personaggi dello spettacolo in cerca del minuto di visibilità individuale, il cui problema esistenziale più grande è capire di che colore indossare la camicia con cui presentarsi sul palco. Abbastanza diversa, invece, la situazione di un Paese a caso – l’Iran – dove una cantante di 29 anni, Parastoo Ahmadi (Foto), dopo un processo penale durato due anni è stata appena condannata dal tribunale di Qom a subire, tra l’altro … 74 frustate. Era il dicembre 2004, infatti, quando all’indomani dell’assassinio di Masha Amini – arrestata e picchiata fino alla morte dalla polizia morale iraniana, per aver lasciato scoperti i capelli in pubblico – l’artista aveva pensato di reagire cantando appunto i versi scritti da Fatemeh Dogoharani, nei quali si reclama il diritto di respirare l’aria «Del pioppo della libertà». Lo aveva fatto attraverso un video che in brevissimo tempo ha raggiunto su You tube oltre 3 milioni di visualizzazioni, girato nel deserto – a spalle scoperte – e, naturalmente, senza indossare la hijab. In maniera coerente al testo che recitava: «Non ho paura nemmeno del patibolo, delle catene e della morte», Parastoo ha così deciso di sfidare il governo religioso e repressivo degli ayatollah, indifferente alle conseguenze che gliene sarebbero derivate. E che sono appunto successe. Per lei, per gli otto membri della sua band e per l’intera produzione del filmato. Nell’indifferenza generale e reiterata di un mondo benpensante, perennemente frustrato per la propria irrilevanza politica e sociale. Una galassia pacifista a seconda dei fronti e, in questo caso particolare, femminista, omologata in un anti occidentalismo incomprensibile. Distaccati dalla realtà, incapaci di proporre un’alternativa all’attuale sistema, diversa da un semplice insieme di slogan triti e ritriti, invece di sostenere le donne coraggiose come la Ahmadi, si limitano a godere delle scaramucce tra Giorgia Meloni e Donald Trump. Che pure sanciscono il tradimento di quest’ultimo a un popolo in lotta, con già oltre 40.000 vittime uccise dal regime teocratico nelle piazze della Persia che fu. Ormai definitivamente abbandonati a sé stessi, forse, per la necessità da parte degli Usa di evitare attentati durante i campionati mondiali di calcio in corso negli stadi americani. O, peggio ancora, per non creare problemi alla Cina silente e per ora neutrale su questo tema. Verso la quale, dallo stretto di Hormuz, nonostante i blocchi espliciti e gli sblocchi impliciti a giorni alternati, passano infatti indisturbate, le petroliere cariche di greggio del quale il governo comunista di Pechino è appunto il primo importatore mondiale. Imperterrito nel dire no a questo gioco miserabile, che rafforza ogni giorno di più le autorità religiose di Teheran è rimasto soltanto Israele, che i trattati farsa di pace con gli eredi di Khamenei non intende firmarli. Isolato, ma circondato dall’odio cui è abituato da sempre, il governo di Tel Aviv resta infatti ostinatamente il solo a impegnarsi nella quotidiana battaglia intesa, da un lato, a garantire la propria sopravvivenza e, dall’altro, indirettamente, la libertà pusillanime di quanti nella forse troppo libera Europa lamentano, dai propri salotti climatizzati, una fantomatica mancanza di libertà. La libertà di idiozia, per esempio, che ha consentito agli idioti organizzatori del festival wagneriano di scena a Bayreuth, giunto quest’anno al suo 150esimo anniversario, di mettere in scena il consueto carosello antisemita camuffato da tutela dell’ordine pubblico. E dire che l’idea di partenza era davvero ottima: quella di svincolare – finalmente – il valore culturale elevatissimo della kermesse musicale, dalle note posizioni personali contro gli ebrei da parte di Richard Wagner. Per l’occasione, infatti, la direttrice del festival Katharina Wagner - pronipote del compositore – aveva invitato l’opinionista Michel Friedman a tenere una conferenza sui musicisti ebrei perseguitati durante il nazismo. Invito subito annullato per “motivi di sicurezza”. Una motivazione che Friedman ha immediatamente respinto al mittente, sostenendo che tale atteggiamento «In una democrazia equivale a suicidarsi». Una stilettata rafforzata dalla rabbia di Charlotte Knobloch, la presidente della comunità ebraica di Monaco di Baviera – sopravvissuta all’olocausto – che ha definito la cancellazione come «Una dichiarazione di bancarotta a tutti i livelli». Provvedimento fortunatamente rientrato, grazie alla telefonata personale della Wagner a Friedman, che accettate le scuse, ritenute «Serie e credibili», il prossimo 26 luglio terrà regolarmente la propria relazione dal titolo davvero emblematico di “Voci ammutolite”. «Se uno si muove – ha commentato il conferenziere – si deve muovere anche l’altro». In una sorta di reciprocità, forse, memore dell’omologo divieto (anche se non ufficiale) di eseguire per le ragioni opposte, gli spartiti wagneriani in Israele. Dove però, trattandosi di una democrazia, la cosa non ha impedito a un fuoriclasse come David Boremboin di dirigerlo a Gerusalemme nel 2001, diventandone un interprete tra i principali al mondo. Un lieto fine che, per quanto tardivo, non ci sarà invece per il concerto di Parastoo Ahmadi. Vittima di una teocrazia criminale, che giudica parole come «Lascia andare la tristezza che ti rimane in gola», al pari di «Contenuti volgari e immorali». Secondo i dettami di una morale orrenda e ormai fuori dal tempo, che viene però contrabbandata come diversa cultura. E in quanto tale accolta, secondo un malinteso senso di inclusione che ne favorisce l’accettazione passiva. In una visione contorta che ormai ci sfugge alla vista. Almeno quanto ci sfugge quel corpo di donna parimenti contorto, sotto il 74mo schiocco di un’autoproclamata frusta di Allah.

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