Libro e moschetto, editore imperfetto
Per quanto possa sembrare incredibile è successo sul serio. «Una cosa ridicola» mi dice appunto ridendo Antonio Monaco, caro amico e fondatore insieme alla moglie Paola Costanzo, delle edizioni Sonda. Una casa editrice oggi milanese, ma nata qualche decennio fa, nella piccola quiete di Casale Monferrato e specializzata – per così dire – in saggistica dell’esercizio e della tutela dei diritti – compresi in particolar modo quelli degli animali – e narrativa per ragazzi. Oggi Antonio fa il consulente editoriale, ma negli anni passati è stato Presidente del Gruppo Piccoli Editori e Vicepresidente dell'Associazione Italiana Editori. Si fa riferimento, in questo caso, alla dichiarazione di purezza ideologica richiesta quale requisito indispensabile alla partecipazione presso la fiera romana della piccola e media editoria Più Libri più Liberi, prevista appunto nella capitale il prossimo dicembre. «Sicuramente – ha proseguito il mio amico – tenuto conto dei finanziamenti pubblici cui attingono gli organizzatori, potevano bastare le dichiarazioni già esistenti». Già, perché la dichiarazione di “antifascismo” che impegna gli editori partecipanti – pena l’esclusine immediata - a non esporre materiali che del fascismo facciano apologia o che incitino all’odio, si aggiunge a quelle già in vigore da sempre riferite alla piena adesione ai valori della Costituzione, della Carta dei Diritti UE e della Dichiarazione universale dei diritti umani. «In questo caso – aggiunge Monaco nella sua sempre sabauda aplomb - forse, si è trattato di una maldestra operazione di marketing editoriale intesa a ottenere il rinnovato gradimento verso questa manifestazione, da parte di qualche editore più battagliero rispetto a questi temi». Come dire, quindi, che se questo fosse stato nei decenni passati il metro di giudizio per acclarare la validità, o meno di un testo – con la conseguente dignità di pubblicazione dello stesso – oggi non conosceremmo giganti della letteratura mondiale, quale il sempre citato (non a sproposito, almeno a questo proposito) Louis-Ferdinand Céline (foto). Ma neppure D’Annunzio, tantomeno Marinetti e ancor assai meno – seppure affatto fascista – il Guareschi fieramente anticomunista. La richiesta – a detta degli organizzatori – nascerebbe tuttavia da una non meglio precisata “esigenza di fare chiarezza”. Su cosa, non si è capito, ma in ogni caso sulla base di una trovata davvero degna del Miniculpop 2.0 dei circoletti letterari autoreferenziali, sempre in prima fila a stracciarsi le vesti per tutelare la libertà di stampa e di opinione. Peccato che si tratti proprio di quella libertà prevista dalla sempre citata Costituzione più bella del mondo – la quale, anche se pare brutto ricordarlo, la prevede per tutti - senza distinzioni. Ma che dalle parti di Più libri, più liberi ritengono evidentemente che sia tale, solo a patto che coincida con la propria. Ossia la libertà rigorosamente auto conferita di decidere quali lettere possano stare alla gloria del mondo e quali invece andare ai roghi … ops di hitleriana memoria. I libri improntati alla ideologia fascista – giacché i termini “dittatoriale” o “totalitaria” potrebbero mettere in imbarazzo qualche epigono di Mao, o di Pol Pot presente nella cabina di pilotaggio della fiera romana - sono e devono essere assolutamente criticabili, come qualsiasi testo ideologicamente impostato. Eppure mai censurati. Con la censura non c’è cultura, se mi si passa lo slogan involontario, bensì come in tutti gli ambienti proibizionisti lo scatenamento della curiosità finalizzata a trasgredire il divieto. Fu il caso dell’editore di “Passaggio al bosco”. Ve lo ricordate? Minacciata dalla critica militante al Salone del libro di Torino del 2025 per aver esposto (tra il resto) La cultura dell’odio di Nathan Greppi, definito dagli attivisti come “giornalista sionista”, di quel testo la casa editrice in odore di nazismo ne vendette all’incirca un migliaio di copie in due giorni. Un successo editoriale indotto esclusivamente dal Tam Tam promozionale conseguente al polverone mediatico scatenato dalla protesta Pro Pal. E basato sulla duplice regola non scritta (sebbene riguardi materia di libri), che i sacerdoti della cultura di casa alla Nuvola di Roma, sede appunto della kermesse libraria, si rifiutano ostinatamente di voler comprendere. Che sull’eventuale sussistenza del reato commesso in fiera di apologia del fascismo, valuterebbe già la magistratura. Sulla validità di un testo invece, come pure della sua dignità di stare in scaffale, per fortuna decidono ancora soltanto i lettori.

Commenti
Credevamo che la nostra epoca fosse quella del trionfo della libertà di pensiero e di parola.
Credevamo nell'intangibilità di valori oramai patrimonio della cultura occidentale che i più, entusiasti,chiamiamoli così, vogliono esportarlo in maniera del tutto disinteressata.
Noi credevamo...e invece ci ritroviamo prigionieri di spot, slogan e pregiudizi, e tifosi anziché pensanti perché abbiamo paura della voce dissonante. È l'effetto della semplificazione e della scomparsa del dialogo,ma soprattutto di una cultura fondata sul rispetto dell'opinione altrui di cui troppi media dimenticano l'esistenza.
Mai sentita una contraddizione in termini così palese e stridente.
Fra un po' torneremo all'indice della censura cattolica o, magari, a bruciare i libri in piazza.
Se è vero che la storia è ciclica, siamo in fase di piena regressione al Medio Evo.
Chiunque censura o tenti di farlo ha SICURAMENTE degli interessi secondari che portano inevitabilmente a danneggiare qualcuno.
Come al solito si vive di prepotenza e il vivere civile viene "censurato".