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Gli unti dal livore

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«Ricordare non deve diventare un rituale vuoto. Ricordare deve essere impegno e mandato politico. In Parlamento e per strada, senza se e senza ma». Questa frase non è tratta da un testo di Winfried George Sebald, l’autore tedesco scomparso nel 2001, che meglio di chiunque altro ha saputo rendere esplicito il debito forse insanabile che il popolo tedesco sente appunto di non aver ancora estinto. Soprattutto da un punto di vista storico e morale nei confronti del popolo ebraico, a oltre 90 anni dalle famigerate Leggi di Norimberga , varate dal governo del cancelliere Adolf Hitler nel settembre 1935. A pronunciare queste parole lo scorso 27 gennaio è stata infatti Julia Klöckner, non a caso l’attuale presidente del Parlamento tedesco: il Bundestag . Per comprendere quanto serio sia questo proposito, del resto, non serve affatto conoscere l’opera omnia di Sebald. Bastava invece recarsi, in queste giornate, per le strade della capitale della Germania e apprezzare le iniziative legate a...

Gli ultimi

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Era il novembre del 2025 quando la segretaria del Partito Democratico Elly Schlein ( foto ), incurante delle leggi dell’aritmetica che vedevano il centrodestra vincente in 13 regioni contro sei, si era dichiarata «Pronta a governare». Facendo si, con questa affermazione, che la premier Giorgia Meloni si girasse dall’altra parte del metaforico letto politico, sicura di poter continuare a dormire sonni tranquilli per almeno i prossimi dieci anni. Un termine che potrebbe persino aumentare, quanto meno a giudicare dalle continue, reiterate, assurde spaccature interne, che affliggono il Partito Democratico ogni volta che ci sia da operare una scelta, per così dire, unitaria. Non solo quelle che interessano i rapporti di forza in seno al cosiddetto campo largo (politicamente un camposanto), ma sempre più spesso quelli interni. In un crescendo di antagonismi correntizi ai limiti del grottesco, non più riferibili soltanto a temi dove il dibattito interno potrebbe essere utile, oltre che le...

Falce e tastiera

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Forse, soprattutto in queste ore, il nome di Amini Masha ai difensori degli oppressi e dei discriminati che tanto abbondano nel nostro Paese dovrebbe dire ancora qualcosa. Forse. Perché la memoria storica delle cose che ci accadono a distanza, spesso è davvero labile. Soprattutto se sono storie scomode da ricordare, perché riguardano Paesi da considerare con cautela, prima ancora che con distacco. Era il 13 settembre 2022 quando Amini fu prelevata dalla polizia cosiddetta morale di Teheran e rinchiusa di un centro cosiddetto di rieducazione, perché il velo che indossava le lasciava scoperti un po’ di capelli. Un vezzo che secondo gli inquirenti dello ayatollah poteva causare un infarto. Almeno stando alla motivazione del decesso che tre giorni dopo comunicarono ai suoi familiari. Un infarto devastante, evidentemente, i cui sintomi rilevati però dai sanitari del Kasra Hospital della capitale iraniana, riconducevano a un’emorragia cerebrale dovuta a percosse. Degli scontri che ne segui...

Separati in toga

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Immaginiamo che un professionista di qualsiasi categoria, sbagliasse 108 dei suoi lavori su 169. E poi immaginiamo ancora che l’anno successivo ne sbagliasse un ulteriore quarto del totale: 131 su 409. Qualora accadesse, è da ritenersi altamente improbabile che ciò potrebbe consentire a questa persona di godere dell’autorevolezza necessaria a farlo considerare un campione di conoscenza del proprio mestiere. Difficilmente, inoltre, verrebbe da credere che a un mediocre del genere potrebbe essere consentito di pontificare attraverso i mezzi di informazione più importanti, su ciò che (in ragione delle ricadute sociali del proprio lavoro), sarebbe meglio per i cittadini. Impensabile, infine, che un palmarès di insuccessi come quello sopradescritto possa dare adito a un suo avanzamento significativo in carriera. E invece no. Tutto questo non succede se, per esempio, il lavoro svolto è quello di Amministratore delegato di un carrozzone statale. Come non ricordare, infatti, la buona uscita pe...

Non arabiamoci

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Partiamo da una regola aurea attribuita al sistema di informazione di tipo anglosassone, prima che persino la BBC venisse colta con le mani nel sacco delle notizie per così dire taroccate, a proposito dei copia e incolla vocali coi quali sono state recentemente manipolate affermazioni del presidente americano Donald Trump. Distinguere i fatti dalle opinioni. Ed è sicuramente un fatto, per esempio, che sempre per restare nel Regno Unito, il primo ministro (laburista!) Keir Starmer abbia posto dallo scorso anno, il movimento cosiddetto della “Fratellanza musulmana” sotto stretta osservazione, propedeutica alla sua possibile messa al bando  per violazione delle vigenti Leggi antiterrorismo. Va detto, infatti, che la Gran Bretagna costituisce lo storico laboratorio logistico e intellettuale dei “Fratelli musulmani”, come dimostrano i numerosi comuni di Sua Maestà guidati da sindaci che si riconoscono in tale realtà politico – religiosa. Analoga situazione si respira in Francia. A Parig...

Gli immaduri

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La settimana dell’arroganza si sta chiudendo nel peggiore dei modi. In un gioco al rialzo che è tipico di chi ha la forza ma non la ragione , per citare Salvador Allende , oppure di chi è disperato. Nel primo caso, il rimando al presidente del Cile assassinato durante il golpe del generale Augusto Pinochet , appoggiato dai servizi segreti statunitensi nel 1973 è obbligatorio. Quanto meno stando alla collocazione geografica parimenti sudamericana del Venezuela , dove invece le Forze Speciali degli Stati Uniti sono appena intervenute per porre fine al mandato presidenziale di Nicolás Maduro . Ma il parallelo tra le due vicende, tanto per essere chiari, finisce qui. Innanzitutto dal punto di vista della decisone interventistica diretta e per nulla originale assunta da Donald Trump. Il presidente americano, infatti, col suo atto di indubbia violazione del diritto internazionale – una materia che vale, però, solo quando conviene – non fa che aggiungersi a quanti lo hanno preceduto in tale...

Un altro anno da re

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Avere in comune qualcosa con il generale, onorevole, Roberto Vannacci è qualcosa che non mi entusiasma. Resta il fatto, però, incontrovertibile che non sono stati pochi gli italiani i quali - proprio come ha rivendicato con orgoglio l’autore del fondamentale “ Il mondo al contrario ” - lo scorso 31 dicembre hanno deciso, insieme a me, di non far parte di quei 10 milioni e 984 mila 577 che hanno ascoltato il tradizionale discorso di fine anno del Presidente della Repubblica. Un bel numero, senza dubbio, persino superiore di 250.000 telespettatori rispetto a quelli presenti davanti al video nel 2024. Un discorso che i media riferiscono molto apprezzato, avendo riscosso un plauso generalizzato e assolutamente trasversale. Motivo per cui, ieri sera, mi sono rassegnato ad ascoltarlo in differita, rilevando a mia volta come le ragioni di questo successo siano sicuramente più d’una. La principale delle quali, tuttavia, risiede nella studiata e affatto casuale banalità dell’ovvio presente nei...